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Guerra, marxismo e non violenza |
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Premessa terminologica ViolenzaAggressione da parte di un soggetto consistente nell’attacco fisico verso un altro soggetto o nella violazione dei diritti di quest’ultimo. GuerraForma del conflitto collettivo (tra Stati o più generalmente tra gruppi che rivendicano a sé un’autorità politica) che si esercita attraverso la violenza organizzata (in genere il conflitto armato) Guerra e filosofia Ancora oggi, 150 anni dopo Marx, il rapporto della filosofia con la guerra e la violenza rimane ambiguo, metaforico, dilettantesco. Da un lato, l’estensione almeno formale dei diritti e quella più concreta dei bisogni espandono l’ambito semantico del termine “violenza”. L’ambiguità della filosofia sta però nel considerare tale espansione già avvenuta ad infinitum e nel considerare tutte le forme di violenza sullo stesso piano, concorrendo così ad accrescere la violenza materiale, che, mimetizzandosi in un’indistinta ed onniabbracciante violenza della filosofia, guadagna quasi credibilità come forma schietta e viscerale, priva di qualsiasi ipocrita copertura, di quest’ultima. E.Severino ad es.[1] subordinando la condanna della guerra alla detenzione della verità finisce per
Come si vede, la procedura concettuale della coincidentia oppositorum ad infinitum (a parere di chi scrive uno dei cardini della metafisica e dell’ontologia) viene utilizzata per dissolvere criteri di valutazione pratica che avrebbero avuto miglior sorte se si fosse partiti da prospettive più modeste e circoscritte, invece di scomodare la potenza di fuoco dell’Assoluto filosofico per annientare un affare umano…troppo umano. Del resto anche la strategia di Gianno Vattimo[2], che considera la verità non come il presupposto della condanna della violenza, ma come l’idea che invece favorisce la violenza stessa, compie il medesimo errore, cioè quello di pensare che dall’ontologia e dalle sue antinomie si possa dedurre un’etica, per cui ha comunque bisogno di togliere l’Assoluto (e fare così metafisica…) perché si possa delineare un’etica umana qualsiasi…debole che dir si voglia. Un
altro tipo di guerra? Non meno avventati sembrano essere alcuni studi che vorrebbero individuare nei conflitti recenti una prova del fatto che la guerra sta radicalmente cambiando volto. Mary Kaldor prendendo ad es. le guerre in Ruanda ed in Bosnia Erzegovina teorizza che la guerra non sia più monopolio degli Stati nazionali [3]. Quando però affronta la prevedibile e sensata obiezione che trattasi di guerre civili, nel rifiutare tale equivalenza riduce le “guerre civili” a “guerre locali”. Anche in questo caso l’enfasi sulla novità dell’evento ha come costo una definizione troppo povera delle categorie già note e degli eventi passati. Umberto Eco[4] invece parla prima di neo-guerra (dove l’informazione invade il fronte riportando tutto all’opinione pubblica e mediatica mondiale) e poi di guerra diffusa (quella scatenata da Osama bin Laden e che non avrebbe fronte né possibilità di contrapposizione netta). Egli confonde la spettacolarizzazione mediatica di una guerra sin troppo certa nei suoi esiti con una vera trasparenza informativa (quando invece altri analisti concluderanno che con la prima guerra del Golfo[5] il free flow of informations che aveva caratterizzato la guerra in Vietnam è stato solo apparente). Inoltre, pur denunciando l’inanità della risposta Usa all’attentato delle due torri,non ha nessun dubbio sul fatto che la guerra in Afghanistan sia una risposta all’attentato (che sarebbe dunque un atto di guerra) e non un conflitto del tutto autonomo, con specifici obiettivi strategici. Infine Carlo Galli [6] sostiene (in parte analogamente ad Eco) che la globalizzazione rivoluziona le categorie della guerra e perciò anche della politica (la frontiera, il nemico, il telos dell’azione politica etc.). In realtà Galli sembra intendere per categorie della politica quelle elaborate da Karl Schmitt, per cui la sua meraviglia dinanzi al nuovo è forse un po’ provinciale… Queste analisi sembrano trascurare il fatto insomma che le guerre sono difficilmente raggruppabili in una tipologia[7] ed inoltre il fatto che si riferiscano a tre casi diversi (Prima guerra del Golfo, guerra bosniaca, attentato dell’11 Settembre) fa pensare al fatto che qualcuno interpreta il termine inglese “news” in maniera sin troppo letterale. Guerra
e marxismo Per non sorprenderci troppo spesso e parlare di svolte epocali ad ogni apertura di giornale, ci rifaremo ad una tradizione cognitiva e politica che è quella marxista. Per questa tradizione le guerre come tutti i fenomeni storico-sociali sono storicamente determinate ed ognuna con la sua specificità, sono fortemente interrelate con la dimensione sociale ed economica della storia (da cui non si può prescindere) ed esigono una risposta politica di volta in volta appropriata. Queste premesse ci devono già rendere diffidenti verso l’utilizzo metaforico e generico di categorie filosofiche all’interno di analisi concrete fatte nel corso del dibattito pubblico. Tuttavia è possibile, con categorie marxiste, tentare di realizzare un’ipotesi complessiva sulle guerre del XX secolo e di questo scorcio di inizio millennio. Molte guerre del XX secolo sono legate a doppio filo con quello che si definisce imperialismo e cioè la fase del modo capitalistico di produzione (sorta negli ultimi decenni del XIX secolo) in cui[8] : 1. Vi è una forte concentrazione della produzione e del capitale con conseguente formazione di monopoli. 2. Vi è una fusione del capitale bancario con il capitale industriale a formare il capitale finanziario con una sua oligarchia. 3. Una grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale rispetto all’esportazione di merci 4. La compiuta ripartizione del mondo tra le più grandi potenze capitalistiche. La guerra è lo sbocco necessario di questa spartizione, di questo conflitto tra potenze militari che supportano i capitali nazionali in via d’espansione. Il colonialismo e la prima guerra mondiale sono esempi da manuale della teoria di Lenin. La rivoluzione d’Ottobre e l’ascesa del nazismo in Germania riportano lo scenario mondiale in una situazione più inedita e difficile da analizzare : da un lato sembra di trovarsi di fronte all’alleanza di un paese teso verso la transizione al socialismo con la parte meno reazionaria dello schieramento capitalistico contro una dittatura terroristica aperta agli elementi più imperialistici del capitale finanziario[9]. Eppure questa interpretazione è quanto meno incompleta e va integrata da un’analisi dell’esperienza sovietica che tenga conto della tesi che considera l’URSS un capitalismo di stato[10] (o come in Charles Bettelheim, un capitalismo di partito): in questo modo anche la Seconda Guerra Mondiale potrebbe rientrare all’interno dei conflitti interimperialistici. La Guerra Fredda condusse ad una situazione ancora diversa: la sostanziale equivalenza militare tra i due blocchi e la presenza dell’atomica, costringeva a spostare in maniera permanente lo scenario del conflitto intercapitalistico in quello che verrà poi chiamato Terzo Mondo (si pensi alle guerre di Corea e Vietnam, alle guerre di liberazione coloniale ed a quelle in Medio Oriente)[11]. D’altro canto in livelli alti dello sviluppo capitalistico il compromesso tra capitale e frange della classe operaia europea ed americana (compromesso raggiunto con la lotta di classe, permesso dallo sviluppo imperialistico e garantito dalla potenza sovietica) dava origine al cosiddetto Welfare/Warfare State[12]. La possibilità che uno Stato funzionale all’accumulazione capitalistica potesse realizzare il plusvalore attraverso anche e soprattutto la spesa militare fu intuita da Rosa Luxemburg[13] ed elaborata più compiutamente da Michal Kalecki[14]. Questa tesi però diventa famosa (sempre dopo la denuncia di Eisenhower) con Baran e Sweezy[15], per i quali nel capitalismo monopolistico si manifesta la tendenza crescente a produrre più plusvalore di quanto possa trovare convenienti sbocchi di investimento: negli anni del conflitto coreano venne presa la decisione di fare della produzione bellica una permanente caratteristica dell’economia americana. Baran e Sweezy nel loro scritto esprimono anche dubbi sull’efficacia della spesa militare come strumento di stimolo all’economia: la sempre nuova tecnologia di guerra non consentirebbe infatti un grande incremento occupazionale né un’ulteriore espansione della spesa e dei consumi.I due autori riescono anche a prevedere lucidamente che comunque gli Usa avrebbero continuato ad effettuare spese militari a prescindere dalle emergenze e intuirono l’importanza, nonostante le apparenze, delle armi convenzionali (che in versioni raffinate sono state protagoniste nella Prima Guerra del Golfo). C’è da dire però che pur riconoscendo i limiti denunciati da Baran e Sweezy, tuttavia la spesa militare: · Svolge pur sempre una funzione di stimolo in periodi di recessione, anche se non risolutiva. · La parte del bilancio militare dedicata alle forniture, poiché versata in anticipo, favorisce gli investimenti privati dei fornitori stessi · Incrementando la domanda di materie prime e semilavorati, incrementa gli investimenti delle industrie civili[16] · Consente comunque al mercato di consumo di assorbire il plusprodotto incorporato nella massa del plusvalore medesimo[17] Il crollo dell’Urss inaugura una fase di monopolarismo debole ad egemonia Usa che consente al capitale, venuti meno i vincoli della semiperiferia “socialista”, di circolare liberamente nel mondo. Accanto alla spesa militare di tipo keynesiano già descritta, si affianca l’intervento bellico effettivo (che per più di 10 anni, dal 1975 al 1986 era stato del tutto inibito, tranne il catastrofico tentativo in Iran), con la prima Guerra del golfo, l’intervento imperialistico in senso proprio riacquista incidenza e gli Usa riprendono più apertamente la loro guerra (al momento indiretta) con la nascente Europa ed un Giappone all’inizio del proprio rallentamento economico. La seconda Guerra del golfo, che si sta preparando in questi mesi, concilia · sia il tentativo di stimolare keynesianamente l’economia attraverso la spesa militare · sia l’obiettivo di controllare il prezzo del petrolio, attraverso il controllo di giacimenti e circuiti di distribuzione e raffinazione del greggio[18] · sia il tentativo di mettere in difficoltà strategica ed economica i paesi europei ed il Giappone[19] Comunque il ricorso frequente alla guerra non è per gli Usa un dato solo positivo, ma anche il segnale di una difficoltà, quella degli Stati nazionali di controllare un processo capitalistico di produzione ormai transazionale[20] Marxismo,
pacifismo e nonviolenza Il movimento operaio ha sempre combattuto contro la guerra, memore delle dichiarazioni fatte nel 1870 da Marx, secondo il quale la pace era la legge internazionale della società nuova, in quanto il lavoro ne era la legge nazionale[21]. Tuttavia il presupposto di questa lotta non era per la tradizione marxista un pacifismo ingenuo (o ipocrita) e idealistico, ma il frutto di un’analisi e di una strategia che fu Lenin allo scoppio della Prima Guerra mondiale a chiarire articolatamente[22] : bisognava trasformare la guerra imperialistica in guerra civile ed approfittare della guerra stessa per dare corpo a processi rivoluzionari. Come si vede si tratta semplicemente di portare la violenza al livello giusto ed opportuno per gli interessi della classe lavoratrice, non di pensare di allontanare guerra e violenza dalla storia. In realtà nonviolenza e marxismo appartengono ad universi di discorso molto diversi ed anche il tentativo di mediazione concettuale più interessante[23] non tiene conto che il problema nel marxismo è alla fonte e consiste nel fatto se sia possibile inserire una dimensione etica nella prassi rivoluzionaria, senza ritornare a forme di socialismo utopistico. E’ comunque positivo il fatto che spesso, nel movimento pacifista, la tradizione marxista e quella nonviolenta abbiano lavorato fianco a fianco e questo ha creato un clima comune basato su concrete e quotidiane pratiche di lotta. Da un lato è plausibile credere che nei paesi dove la repressione del dissenso sia meno brutale, le pratiche nonviolente conquisteranno uno spazio crescente (anche se l’esperienza di Gandhi stesso, dei buddisti in Indocina e dei kosovari nella prima fase della loro lotta possono essere basi per più ambiziose speranze future). Al tempo stesso tali pratiche dovranno essere una variante all’interno di un ventaglio di opzioni che, pur tenendo presente la nonviolenza come ideale regolativo, comprenderanno pragmaticamente anche momenti di lotta cruenta quanto meno difensiva, ma soprattutto l’adattamento delle modalità di lotta alle circostanze storiche presenti in quella situazione. Infine perché nel marxismo si instauri il germoglio della nonviolenza ci vogliono essenzialmente due condizioni: 1. La crisi del sistema capitalistico deve essere talmente forte che la resistenza alla repressione possa essere vincente anche partendo da una forte asimmetria militare a favore degli avversari 2. La fine del modo capitalistico di produzione, non essendo automaticamente l’instaurazione del socialismo, dovrà motivare la sussistenza di un problema di legittimazione e di consenso che qualifichi i processi politici successivi in senso pacifico e democratico, tali cioè da incoraggiare pratiche nonviolente di regolazione dei conflitti[24].
[1] SEVERINO, Emanuele, La guerra,Milano, Rizzoli,1992 pp.50-88 [2] (2) VATTIMO, Gianni, Metafisica,violenza,secolarizzazione,in Filosofia 86, Roma-Bari, Laterza, 1987, pp.71-94. [3]
KALDOR, Mary, Le nuove guerre, Roma, Carocci, 1999 [4]
ECO, Umberto, Guerra diffusa, l’Espresso, 12 settembre 2002,
pp.44-50 [5] Per Prima Guerra del Golfo si intende qui la guerra del 1991 tra Usa (più Europa) ed Iraq e non la precedente guerra tra Iraq ed Iran. [6] GALLI, Carlo, La guerra globale, Roma-Bari, Laterza, 2002 [7] Per una rassegna di casi che mettono in questione categorie consolidate vedi KEEGAN, John, La grande storia della guerra,Milano, Mondatori, 1994 [8] LENIN, Vladimir Il’ic, L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo, Roma, Editori riuniti, 1974. p.128 [9] DIMITROV, Georgij, L’offensiva del fascismo e i compiti dell’IC nella lotta per l’unità della classe operaia contro il fascismo in SACCOMANI, Edda (a cura di), Le interpretazioni sociologiche del fascismo, Torino, Loescher, 1977 pp. 135-139. [10] GRILLI, Liliana, Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo, Milano, La Pietra, 1982, pp.36-37. [11] Anche se risultò utopica l’alternativa Socialismo o morte; per questo vedi CORTESI, Luigi, Le armi della critica, Napoli, Cuen, 1991, pp.43-62. [12] O’CONNOR, James, La crisi fiscale dello Stato, Torino, Einaudi, 1979, pp.170-181. [13] LUXEMBURG, Rosa, L’accumulazione del capitale, Torino, Einaudi, 1968, p.455. [14] CHILOSI, Alberto, Introduzione a KALECKI, Michal, Sul capitalismo contemporaneo, Roma, Editori Riuniti, 1975 pp.XI-XIII [15] BARAN, Paul A., e SWEEZY,
Paul M., Il capitale monopolistico,Torino, Einaudi, 1968,
pp.151-183 [16] LO,Clarence Y.H., Le contrastanti funzioni della spesa militareUsa, in AA.VV., Stato e accumulazione del capitale, Milano, Mazzotta ed., 1977, pp.212-235. [17] CIUFO, Angelo, Crisi economica e Guerra del golfo, Pescara, Ed.Tracce, 1991, pp.61-62. [18] AA.VV., Il gioco del capitale,Lavorincorso, Napoli , 2002, pp.65-86 [19] CARARO,Sergio, Union Sacreè “contro il terrorismo o nuova forma delle contraddizioni imperialistiche? in AA.VV., Il mondo dopo Manhattan, Napoli, Città del Sole,2002, pp.32-41 [20] GRAZIANI, Augusto, Un mondo globalizzato, in l’Ernesto, Cremona, Settembre/Ottobre 2002 pp.63-67. [21] REBERIOUX, Madeleine, Il dibattito sulla guerra in Storia del marxismo, Torino, Einaudi, 1979, vol.II, pp.897-935 [22] LENIN, Vladimir, Il’ic, La guerra e la socialdemocrazia russa, in LENIN, Opere, Roma, Ed.Riuniti, 1965, pp.541-547 [23] PONTARA,Giuliano, Antigone o Creonte, Roma, Ed.Riuniti, 1990, pp.75-119 [24] Per una discussione su tali pratiche GALTUNG, Johan, Gandhi oggi, Torino, Ed.Gruppo Abele, 1987.
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