Nuovo ordine

mondiale

 

 

V  E R S O   U N      N U O V O   E Q U I L I B R I O  ?

 

 

 

·     Le ultime due guerre condotte principalmente dagli Usa contro l’Iraq   e    contro     la

Serbia hanno costretto sia la filosofia politica che la teoria del Diritto e delle Relazioni Internazionali a rielaborare categorie di analisi, previsioni teoriche e progetti di riforma relativi ad istituzioni sovranazionali

 

·     Le dimensioni ed i livelli di analisi coinvolti sono notevoli. E’ necessario un approccio globale a problemi che valicano i confini nazionali come le guerre etniche, le crisi finanziarie, le correnti migratorie, le epidemie, il dissesto ecologico, il traffico di armi e di droga, la disoccupazione mondiale etc.    In primo luogo possono  essere oggetto di riflessione lo stato e la tenuta delle istituzioni sovranazionali tipo ONU al termine del decennio tra l’inizio del 1990 e la fine del 1999. In secondo luogo va studiata la situazione dei rapporti di potere politici ed economici tra i vari stati con particolare riferimento all’egemonia Usa, alle attuali difficoltà del Giappone e della nascente Europa ed infine alla crescita tumultuosa del gigante cinese.In terzo luogo va approfondito il ruolo e l’incidenza dei soggetti e dei flussi economici transnazionali.    Vanno dunque analizzati tenendo conto delle rispettive interazioni i livelli internazionali e sovranazionali dei processi politici ed economici in corso.

 

·     Per quel che riguarda le istituzioni sovranazionali, se la guerra del Golfo ideologicamente ne sponsorizzava il rilancio, la guerra del Kosovo ( visto il rischio di un veto russo e/o cinese al Consiglio di Sicurezza) ne ha svelato il carattere fragile se non addirittura fittizio : l’Onu è in piena crisi e solo una sua riforma, garantita da un diverso assetto politico-internazionale, può salvarla da una rapida decadenza (se lasciata a se stessa) e/o da una grottesca mummificazione (se gli Usa se ne servono come paravento). In realtà gli Usa ormai non considerano più l’Onu un riferimento della politica internazionale (Luttwak, Glennon), se mai l’hanno realmente considerata tale. Alcuni dicono che l’interventismo “democratico” in Kosovo ha scavalcato l’Onu a causa del veto eventuale di Russia e Cina che avrebbe provocato una paralisi decisionale. Ma una cosa è dire che il Consiglio di Sicurezza vada soggetto ad un processo di democratizzazione, un’altra è attribuire ad una facoltà spesso utilizzata (il potere di veto) la colpa di una violazione di norme e statuti di organizzazioni sovranazionali a cui formalmente si appartiene.    Dal punto di vista teorico, uno dei motivi per cui risulta difficile costituire un ordine democratico internazionale è che, mentre nelle comunità nazionali si è prima instaurato uno Stato comunque connotato e poi questo Stato si è successivamente democratizzato, al livello superiore si vaneggia un ordine che presuppone già il carattere virtuoso dei soggetti che lo compongono. Inoltre non si conviene che qualunque ordine si costituisca ci deve essere una facoltà sovranazionale di redistribuzione della ricchezza ed il monopolio, o quasi monopolio, della forza, perché questa redistribuzione si possa effettivamente verificare. Alcuni pensano di costituire una democrazia senza Stato ; qui però ci troviamo forse di fronte ad un falso problema in quanto il modello statuale sovranazionale potrebbe non pesare su individui e/o cittadini, così come è stato per il modello statuale nazionale. Inoltre uno Stato sovranazionale sarebbe coercitivo se non fosse articolato democraticamente e senza una progressiva sostituzione della democrazia rappresentativa con forme di democrazia diretta. Oppure se compromettesse la funzione redistributiva di istituzioni nazionali e locali. Tuttavia tutti questi sono motivi per introdurre correttivi democratici, non per rigettare il modello statuale tout court (almeno per il momento). Comunque, quale che sia il modello, vanno assicurate la funzione redistributiva ed il monopolio della forza. Non tutti comunque sono d’accordo nel vedere la guerra del Kosovo come un momento di crisi del Diritto internazionale : Cassese ad es. ( in un empito di realismo eticamente orientato ) argomenta che è legittimo l’uso della forza senza un mandato preventivo in presenza di gravi violazioni dei diritti umani. Per Cassese il Diritto Internazionale va aggiornato : non ci si deve opporre a tali eccezioni, ma precisare le condizioni perché esse diano luogo ad un regime giuridico positivo sottoponibile  a regole generali. La tesi di Cassese non coglie due punti fondamentali : il primo è che un’eccezione come la guerra del Kosovo ( dove uno Stato con interessi politico-economici estesi e capillari ha aggredito assieme ad altri uno Stato più debole che procedeva alla violazione di diritti umani in grande scala al suo interno) non è facilmente modellizzabile nel quadro così semplificato che ne dà il giurista italiano. Chi impedisce ad altri di vederne solo la realizzazione di una politica di potenza statuale ? E se tale diverso modello di interpretazione ha una sua plausibilità, lo scenario cambia radicalmente ed in esso anche l’evento scatenante la sanzione perde la sua nettezza, in quanto la sua verifica non è super-partes, ma può ben essere il frutto di una mistificazione massmediatica ( e Chomsky ed in Italia Losurdo potrebbero parlare per giorni su questi aspetti ). Del resto di principi formalmente giusti quale l’autodeterminazione dei popoli o quello dei plebisciti si servì lo stesso Hitler per la sua strategia annessionistica. In secondo luogo nell’interpretazione di Cassese ci troveremmo in una fase di transizione tra due diversi sistemi normativi in cui le eccezioni di oggi dovranno essere le regole di domani. Ma quale potenziale soggetto traghetterà l’ordine internazionale al di là del guado ? Le potenze economiche e militari di oggi sono interessate a tale regolamentazione giuridica dell’ingerenza c.d. “umanitaria” ? Il processo da loro messo in moto, per quale metafisica ragione dovrebbe trascendere i loro obiettivi legati a politiche di potenza ? Se l’autorità sovranazionale dell’Onu è fuori gioco, quale soggettività può costringerle ad instaurare un nuovo e più equo sistema di relazioni internazionali ? Non è un caso che il Segretario di Stato Usa Albright ha bruscamente raffreddato l’entusiasmo degli ideologi della difesa dei diritti umani con ogni mezzo ( quali Glennon che sosteneva l’uso della forza ad ogni violazione dei diritti umani ), affermando che l’intervento militar-umanitario è a volte necessario, ma che non è saggio formulare ipotesi generalizzate per stabilire come e quando ricorrervi ; traducendo dal politichese : si interviene come e quando pare a NOI.  Per queste ragioni riteniamo che sono i movimenti per la pace che incarnano meglio di tutti le istanze di realizzazione di un vero Diritto internazionale e ciò in quanto non accettano il paralogismo degli “astuti della ragione” e ritengono che la questione della tutela dei diritti umani fa tutt’uno con la legittimazione giuridica e democratica dei soggetti che effettivamente operano tale tutela. E’ questo un discorso che si può fare e dunque va fatto. La situazione attuale è invece un passo indietro anche rispetto alla Società delle Nazioni (Zolo).   Michael Walzer nella sua analisi è addirittura ricorso al concetto di “dovere imperfetto” : l’intervento umanitario cioè sarebbe diritto di tutti ma dovere di nessuno in particolare ; dunque gli Usa avevano il diritto ma non il dovere di intervenire. Questa tesi e la connessa facoltà di fare guerra sono un controsenso in quanto la guerra è un’azione di ultima istanza, intrapresa quando tutte le alternative concepibili sono sbarrate ; perciò essa presuppone uno stato di necessità che esclude a sua volta ogni  “facoltà”, cioè ogni situazione in cui liberamente una cosa si può fare o non fare. Si può comprendere una guerra per legittima difesa da parte di un popolo ( reazione di chi è messo con le spalle al muro ) e non l’azione di chi può fare ma può anche astenersi dall’intervenire ( la boutade di Walzer è molto più funzionale dell’interventismo ingenuo di Glennon nel legittimare la discrezionalità Usa nel selezionare le opportunità di intervento ). Walzer a questo punto sarebbe così illogico dal presumere che si possa verificare un genocidio senza che nessuno ( avendo tutti il diritto di intervenire ! ) si prenda la briga di mettere il naso. Mai vista un’argomentazione così anti-giuridica !      In realtà a ns parere si tratta di rovesciare lo schema : si tratta di dovere imperfetto nel senso che si ha il dovere di intervenire ma che al momento attuale nessuno è legittimato a farlo. In passato il ripristino dei diritti fondamentali di un popolo era un dovere di tutti i membri della comunità internazionale, ma il diritto all’uso della forza andava riconosciuto solo ai popoli che in prima persona lottavano per l’auto-determinazione senza possibilmente coinvolgere innocenti. Si temeva giustamente che la legittimazione di un intervento armato di uno Stato terzo non direttamente interessato alla questione avrebbe rischiato l’ingerenza straniera negli affari interni di uno Stato, l’escalation dell’uso della forza e lo svuotamento del sistema di sicurezza vigente. Anche partendo dal presupposto che questa cornice giuridica sia obsoleta, la via maestra per il cambiamento è la costituzione di un’autorità sovranazionale legittima che abbia gli strumenti e la forza per intervenire in questi casi : ciò vuol dire che si deve procedere alla devoluzione degli armamenti, o della maggioranza di essi, da parte degli Stati a tale autorità sovranazionale.     La posizione di Habermas rispetto alla guerra del Kosovo è più articolata : egli dice che un impegno così grave, rischioso e costoso lascia  poco spazio all’ermeneutica del sospetto ( l’obiettivo possibile era troppo poco secondo la sua analisi ) ; aggiunge che la precisione chirurgica consentita dalle tecnologie sofisticate diminuisce la valenza del doppio effetto ; conclude che la Nato ha avuto successo perché ha agito senza legittimazione, che tale guerra è il superamento dell’ordine internazionale vigente da parte della tradizione del pacifismo giuridico kantiano e che questa è la strada che porterà ad istituzioni internazionali realmente efficaci. Con questo ragionamento Habermas trascura le cause di debolezza delle istituzioni sovranazionali ( e trascurandole non accede ad altri modi di interpretare questa guerra) ; accetta in modo assolutamente acritico le notizie diffuse in un contesto di flusso informativo con forti vincoli militari ed ideologici dove un’ipotetica controinformazione è marginalizzata se non addirittura bombardata ( v. il caso della tv serba ) ; identifica l’opinione pubblica occidentale con la comunità internazionale ; non tiene in conto né scenari geostrategici più articolati né la funzione economica ( e non diseconomica ) della guerra in un’economia capitalistica ed imperialistica come quella Usa ; infine, egli sembra ignorare la contraddizione esplosiva tra obiettivi, valori e mezzi utilizzati ai fini del consenso sincero e universale verso queste iniziative. In realtà, rifiutando l’ermeneutica del sospetto, Habermas ha in realtà volutamente spuntato la sua riflessione critica, l’unica che ci consente di guardare ad un approccio politico che tenda a prevenire il conflitto e le basi economiche, sociali e culturali dello stesso.                    

 

·     Più interessante è il livello transnazionale dei processi economici : la velocità dei flussi finanziari globali, la nuova divisione internazionale del lavoro, con filiere di produzione e di mercatizzazione che attraversano trasversalmente le frontiere degli Stati, le fusioni colossali che generano soggetti economici privati di natura transnazionale sembrano lasciare agli stati-nazione un ruolo in via di marginalizzazione.In buona parte ciò è vero, nel senso che la possibilità di una politica economica e la funzione redistributrice e di   implementazione del benessere sociale interno sono in netta flessione. Questo però lungi dal rendere obsoleta la categoria delle “contraddizioni inter-imperialistiche”  ne riattualizza la portata in quanto reinstaura i rapporti imperialistici e conflittuali tra sistemi-paese appartenenti allo stesso livello socio-economico( es. tra paesi del Centro inteso nel senso della teoria del sistema- mondo di Immanuel Wallerstein ), mentre per buona parte del secondo dopoguerra tali rapporti di competizione e/o sfruttamento venivano esercitati tra  paesi posti a diversi livelli socio-economici ( ad es. i paesi del Centro erano in competizione economico militare con i paesi della semiperiferia del “socialismo reale” mentre sfruttavano i paesi della periferia e cioè il c.d. “Terzo Mondo”). La gerarchia tra stati in tale contesto è funzionale alla segmentazione trasversale delle filiere internazionali di produzione.

 

·     Il crollo della semiperiferia socialista ha ridislocato quasi completamente l’assetto geopolitico mondiale, retrocedendo la Russia a potenza regionale incapace di gestire e valorizzare un arsenale nucleare da superpotenza (e ciò rende questo paese un oggettivo “soggetto a rischio globale”), accelerando l’unificazione e la costituzione di un’Europa unita che sconta però una forte soggezione militare e politica nei confronti degli Usa e lasciando questi ultimi da soli a svolgere con alterni esiti il ruolo di superpotenza globale.  A tal proposito però la tesi radicale degli anti-americanisti , cioè quella degli Usa come Hyper-power ( Vedrine, Kaplan), può ben essere considerata un’esagerazione retorica. In primo luogo perché non si può negare che lo strapotere militare e strategico non può rimuovere il multipolarismo economico già in atto, multipolarismo che, nonostante le guerre sostenute dagli Usa e la maggiore flessibilità della forza lavoro statunitense, rimane e avrà nel medio-lungo periodo effetti anche sugli equilibri geopolitici. In secondo luogo, anche se gli Usa sono strategicamente più forti di altre potenze, essi non possono controllare tutto l’assetto mondiale (monopolarismo imperfetto o debole, che può essere anche da un altra prospettiva chiamato multipolarismo strategico potenziale), tanto che debbono a volte delegare potenze medio-grandi ( v. Israele e la Turchia nel campo mediorientale) a cui debbono protezione, garanzie, aiuti finanziari, o appoggiare il terrorismo islamico ( v. Pakistan e Afghanistan)  nutrendo così la serpe nel proprio seno ( v. Abd er Rahman e Osama bin Laden) oppure ancora farsi finanziare le guerre fatte in nome dell’ordine internazionale dalle altre potenze economiche ( ad es. la Guerra del golfo fu finanziata al 75% da Arabia Saudita, Giappone e Germania). La realistica consapevolezza di non poter essere i “Dominatori della Terra” ( concezione un po’ fumettistica che ci riporta alla mente non tanto Clinton o Henry Kissinger, quanto Skeleton, Lex Luthor, Dottor Destino e Jolly Jocker ), è presente in tutti gli analisti e i consulenti del Dipartimento Affari Esteri Usa ( da Brzezinsky a Singer, da Wildovsky ad Huntington, da Krasner ad Haas ), i quali propongono il coinvolgimento di altri soggetti nella gestione del Nuovo Ordine Mondiale. Anche se il ruolo di questi altri soggetti dovrebbe essere subordinato, tale coinvolgimento scatenerà presumibilmente dinamiche che ricollocheranno le posizioni di forza all’interno dello scacchiere strategico internazionale. Infatti il riarmo di Europa e Giappone (già esportatori di armi per altre nazioni specie del Terzo Mondo), che sancirà il passaggio da un multipolarismo economico ad un multipolarismo più compiutamente strategico, sarà conseguenza del loro coinvolgimento nel sistema di sicurezza internazionale egemonizzato dagli Usa ( si veda ad es. l’Europa come secondo pilastro della Nato). Saranno cioè gli Usa a porre le condizioni per il riarmo dei loro potenziali concorrenti e dunque per un multipolarismo ancor più equilibrato ; lo squilibrio tra la prospettiva globale degli Usa e la loro effettiva potenza è la ragione per cui sono gli stessi Usa a redistribuire e devolvere potenze e funzioni in un sistema internazionale più bilanciato : non a caso Clinton interpreta le idealità europee meglio dell’Europa stessa quando dice che la risposta alla Grande Serbia o alla Grande Albania è la Grande Europa.      

 

·     Si costituiscono parallelamente all’unificazione europea nuovi circuiti economici sovranazionali quali il Nafta, l’Apec,  l’Asean.

 

Nel frattempo si affacciano con mille contraddizioni nuove potenze regionali : il Sudafrica rivoluzionato dall’ Anc  di Mandela, il Brasile, l’India nuova potenza nucleare, l’Iran riformato da Khatami, l’esplosiva Nigeria, la schizofrenica Israele, ma soprattutto la Cina che (grazie  all’arsenale nucleare, alla valenza demografica ed economica complessiva, alla sua crescita tumultuosa ed al seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu) aspira ad un ruolo di superpotenza se non fosse resa una vera e propria incognita dalle contraddizioni economiche, politiche ed ecologiche che potrebbe catastroficamente scontare in un prossimo futuro.

 

·     Molte sono le tesi circa le cause che hanno portato gli Usa ad intervenire nel Kosovo ; c’è chi parla di guerra geopolitica contro l’Europa, chi di controllo dei corridoi geoeconomici balcanici, chi di disegno di egemonia mondiale USA. In realtà tutte queste spiegazioni sono integrabili tra di loro : da un punyo di vista più circoscritto, la posta in gioco era il controllo dei corridoi del petrolio e del gas tra il Mar Caspio ed il Mediterraneo ed anche delle vie del traffico illegale di droga e di armi. C’è una sorta di faglia lungo questi corridoi che è stata caratterizzata in questi anni da numerose dinamiche geopolitiche spesso catastrofiche :la deflagrazione jugoslava, le guerre caucasiche, la questione curda ed il coinvolgimento occidentale della Turchia ( pericolosissima spada nel fianco dell’Europa inserita da un’astuta e spregiudicata strategia Usa) sono lì a testimoniarlo. Dunque in qualche modo tale obiettivo a breve rientra in una strategia più complessiva di egemonia Usa a livello mondiale (ed in questo ambito si colloca forse il segnale dato alla Cina con il famoso bombardamento dell’ambasciata a Belgrado). Brzezinsky dice ad es. che gli Usa debbono vigilare perché nell’Eurasia non sorga un futuro nemico (e questo si ricollega alla teoria geopolitica dell’Heartland). In tale strategia egemonica trova senso anche la tesi della finalità anti-europea dell’intervento Usa giacchè per il petrolio caucasico e per la sua distribuzione è in corso una forte competizione multipolare. Tuttavia non si deve nemmeno esagerare con questo schema di analisi, in quanto l’Europa ha atteso e quasi invocato l’intervento Usa (senza contare che la Germania con il riconoscimento di Slovenia e Croazia ha fortemente condizionato l’esitodegli eventi che si sarebbero susseguiti). Dunque è ragionevole pensare ad una convergenza di interessi, dove gli Usa fanno valere la propria forza militare per raggiungere i propri obiettivi e l’Europa utilizza la forza militare statunitense per sbloccare lo stallo serbo e ripromettendosi di migliorare le proprie posizioni in un secondo momento. Ci troviamo cioè di fronte ad una competizione Usa-Europa che però passa attraverso una collaborazione obbligata per normalizzare una turbolenza e riaprire nuovi scenari in cui competizione e collaborazione si alternano e si sovrappongono. E’ evidenteche non si può ricollegare la guerra del Kosovo se non ad un quadro esplicativo multi-fattoriale  e multi-livello.

 

Con le due guerre ad inizio e fine decennio (contro Iraq e Serbia) gli Usa hanno realizzato comunque due obiettivi : A) da un lato hanno ridimensionato alcune potenze regionali che tentavano un’ascesa militare ed al contempo indebolito circuiti di redistribuzione statuale con i quali questi soggetti politici rallentavano il circuito di realizzazione internazionale del valore e diminuivano il saggio di sfruttamento di quella regione, tentando a loro volta di controllare localmente risorse energetiche (v. petrolio kuwaitiano) e circuiti legali ed illegali di commercio e di trasporto ( armi, droghe, gasdotti e petroldotti).   B) da un altro lato hanno lanciato un messaggio ai loro potenziali concorrenti ( Europa, Giappone, Cina, Russia), mettendo sul piatto della bilancia il oro potere militare che diventa ora, in un momento di crisi dello stato sociale e di politiche economiche keynesiane, un fattore strategicamente essenziale per la competizione economica internazionale oltre che per la sopravvivenza del complesso militar-industriale interno.

 

·     Come si configura la nascente Europa in questo nuovo scenario ? Il suo ruolo è per tanti motivi e per forza di cose ambiguo, con tante possibilità ma anche tanti rischi. Sarebbe comodo abbracciare la tesi che vede nell’Europa al tempo stesso  la realizzazione di un’utopia federalista e socialista ed un potenziale avversario dell’egemonia planetaria Usa nel segno di una civiltà più antica e raffinata che parlerebbe in nome del Diritto e della Giustizia sociale.

 

·      Su questo abbiamo fondate perplessità : in primo luogo le guerre mondiali hanno avuto origine in Europa a seguito di conflitti sorti per contraddizioni interimperialistiche ; in secondo luogo l’Europa ha esercitato il colonialismo ed il razzismo nelle sue forme più efferate, al confronto delle quali gli Usa finiscono per somigliare ad un’Opera Pia ; in terzo luogo la maggiore dipendenza energetica rispetto agli Usa rende l’Europa un oggettivo fattore di implementazione dello sfruttamento delle periferie del mondo ( gli Usa in Iraq e Kosovo sono intervenuti anche per conto nostro) ; in quarto luogo il potenziamento militare dell’Europa, necessario per renderla interlocutore autonomo degli Usa, potrebbe essere fatto a spese del sistema di protezione e garanzia sociale che l’Europa ha più degli Usa rafforzato negli anni tra il 1930 e il 1980 ; in quinto ed ultimo luogo nonostante le mire egemoniche, gli Usa, Stato di emigranti e multietnico, grazie ad una situazione isolata e geopoliticamente più protetta, riescono ad avere un’attitudine più ricettiva e pragmatica rispetto alla multiculturalità generata dal processo di mondializzazione ( per questa ragione l’egemonia Usa è ancora preferibile ad un’egemonia europea).

 

·     Perciò, senza abbracciare l’Europa dei filosofi (pur tanto cara alla cultura continentale più sensibile ed illuminista), dobbiamo guardare con attenzione la nascita di nuovi organismo politici ed economici sovranazionali, in quanto senza meriti e mitizzazioni eccessive, costituiscono un fattore di maggiore equilibrio geopolitico internazionale. L’Europa più che contrapporre un proprio modello di egemonia mondiale, deve promuovere un equilibrato multipolarismo, tutelare le differenze, stimolare nuove sintesi, instaurare un clima nuovo di fiducia nella capacità di individui, popoli e culture a risolvere i problemi epocali che si configurano.

 

·     Tale equilibrio da un lato può portare ad una certa instabilità nelle relazioni internazionali, a paralisi decisionali sovranazionali ( si pensi a quelle del Consiglio di Sicurezza ONU al tempo del bipolarismo militare Usa-Urss e dei loro reciproci veti). D’altro canto tale assetto, se accompagnato da movimenti di opinione e di lotta transnazionali ( movimenti antisistemici, pacifisti, ecologisti, Ong etc.) che elaborino progetti e scenari generali, meno ideologici di quelli legati a politiche di potenza, propri di stati e federazioni di stati, può essere una precondizione per una riforma fortemente democratica dell’ ONU e di altre istituzioni sovranazionali (si pensi al Fmi e al Wto di cui si potrebbe parlare per giorni), le quali però per funzionare seriamente devono avere il monopolio della forza, o quantomeno ad esse va devoluta ( per iniziativa dello stato più potente o per un accordo multipolare tra potenze al fine di evitare conflitti devastanti) la maggioranza delle armi nucleari e convenzionali. A tal proposito le riforme delle Nazioni Unite che sono state sinora proposte riguardano sia l’Assemblea generale che il Consiglio di Sicurezza (oltre che la Corte di Giustizia di cui non parliamo in questa sede). Per quanto riguarda l’Assemblea generale, si pone ad es. il problema di costituire una seconda assemblea, che rappresenti i popoli e non gli Stati in maniera tale da tentare di assicurare un meccanismo di rappresentanza anche laddove non esistano regimi democratici, oppure dove esistono minoranze consistenti non rappresentate a livello di decisioni governativa (ad es. in paesi a democrazia fittizia come le repubbliche presidenziali o i sistemi fortemente maggioritari) o infine per dare maggiore rappresentanza a popolazioni particolarmente numerose (attualmente il voto del Lussemburgo è uguale a quello del Brasile). Naturalmente il problema principale a questo proposito è quali debbano essere le procedure di elezione (es. come fanno a votare “veramente” i nigeriani, i cinesi o i guatemaltechi ?). Nel caso ci fosse una seconda assemblea il principio di non interferenza sarebbe sostenibile sino ad un certo punto, giacchè ci sarebbe una forte rappresentanza della società civile che potrebbe autorizzare lo scavalcamento dell’autorità statuale e l’intervento degli “affari interni” di un singolo Stato. Già adesso il principio per cui i paesi sono rappresentati per l’effettività e non per la legittimità è molto più sfumato (si pensi all’appoggio Onu al governo di Aristide in Haiti, all’opposizione birmana, all’OLP). Un organismo che rappresenti direttamente i cittadini avrebbe maggiore flessibilità, i paesi che si rifiutassero di nominare i propri deputati in base a norme democratiche potrebbero esserne esclusi e nei casi controversi l’Assemblea potrebbe accreditare le forze politiche ritenute i veri rappresentanti della popolazione. Con la sua stessa esistenza l’Assemblea dei Popoli costituirebbe uno strumento di censura nei confronti di governi autocratici. Naturalmente per evitare almeno all’inizio una modifica della Carta Onu o un veto del Consiglio di Sicurezza, si potrebbe incominciare con una proposta più moderata per cui la nuova assemblea sarebbe un organo solo consultivo e/o sussidiario ; il sistema elettorale sarebbe analogo a quello europeo : l’assemblea avrebbe ad es. 560 membri di cui 31 della Cina, mentre i paesi con meno di 1 mil. di ab. avrebbero un seggio solo. Altri provvedimenti potrebbero essere un’assemblea consultiva delle Ong, rendere elettivo almeno uno dei cinque membri delle delegazioni nazionali all’Assemblea generale etc.  Per quel che riguarda il Consiglio di Sicurezza, è inutile dire che la sua strutturazione non sta né in cielo né in terra (non rispetta Carta Onu, potere di veto è in contraddizione con uguale sovranità degli Stati, codifica meri rapporti di forza) e la sua unica funzione è stata quella di congelare istituzionalmente il bipolarismo. Oggi è una sterile eredità del passato e la sua attuale configurazione è un ostacolo. Purtroppo ogni sua modifica rischia il veto dei membri permanenti, per cui in realtà solo un’evoluzione concretamente multipolare dell’assetto internazionale può renderne necessaria la riforma. Dato questo presupposto materiale si può pensare di abolire il veto (o renderlo invalidabile a certe condizioni, o renderlo oneroso si volta in volta) , introdurre maggioranze qualificate, aprire il Consiglio di Sicurezza a organizzazioni regionali.       

 

·     L’ascesa di altre potenze (Europa, Giappone, Cina etc.) può ben essere dunque

l’inizio di un’età interessante, con i suoi rischi cioè ma piena di promesse. I processi di integrazione ed unificazione economici e politici creano spazi e livelli di controllo politico e sociale che possono consentire agli interessi ed alle ragioni di grandi masse di lavoratori e di esclusi di avere più successo rispetto alle logiche di flussi del capitale finanziario che, come abbiamo già detto, tentano di smantellare i circuiti pubblici di redistribuzione. Stati sovranazionali, Parlamenti europei, politiche economiche regionali e comunitarie possono costituire nuovi livelli e nuovi scenari per una nuova fase di lotta per la transizione verso la fuoriuscita dal modo capitalistico di produzione.     

 

 

dicembre 2000 - gennaio 2001