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Uno spettro si aggira per la macchina... Il test di Fantuzzing
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Si
può forse dire che i problemi fondamentali della filosofia della mente si
riducano attualmente a due : 1.
C’è
e , se c’è, cos’è la Mente ? E quali sono i suoi
rapporti col mondo fisico ? 2.
Sono
possibili macchine pensanti e/o intelligenti ? Per
quanto riguarda il primo di questi problemi, ci troviamo di fronte forse
ad una parola che Ryle giustamente chiamava “umbrella-word”, cioè una
parola che raccoglie sotto di sé significati diversi e , oseremmo
dire, fenomeni diversi, tanto da farci pensare che, tutto sommato, il
mentale, più che una cosa sia una dimensione, cioè un livello ontologico
o fenomenologico che ospita appunto una serie molto diversificata di
fenomeni e di processi. Sarebbe però forse opportuno a questo punto
operare un “dimagrimento” di questo concetto anche perché i fenomeni
ed i processi in esso compresi hanno un carattere fortemente ambiguo,
potendo infatti rientrare in diversi universi di discorso, tanto da
giustificare l’elaborazione di una teoria filosofica, il monismo
neutrale adottato da Mach, James e Russell , secondo la quale mente e
materia sono solo differenti modi di considerare i medesimi sense-data.
Volendo dunque battere il grande albero del “mentale”, per far
cadere da esso tutto ciò che non pertiene in maniera evidente ed
immediata alla sua essenza, diremo che non sono puramente mentali : ·
la sensazione e la percezione in quanto
troppo compromesse con una serie di oggetti che sembrano appartenere al
mondo fisico. ·
le emozioni in quanto in relazione
strettissima con il corpo che è un oggetto fisico anche se può essere
prospettato a livello fenomenologico come Leib e non come un oggetto
qualsiasi (ma esistono oggetti qualsiasi ?). ·
il pensiero discorsivo, che si
concretizza materialmente nel linguaggio, e che segue regole e intenziona
oggetti che molti filosofi considerano parte di un mondo oggettivo (si
pensi a Frege). ·
l’intenzionalità (proprio quella che
Brentano considerava l’essenza del “mentale”), in quanto in tal caso
risulta troppo facile per i Wittgenstein, i Ryle dissolvere un
“mentale” svuotato del suo proprio contenuto in regole grammaticali o
peggio in veri e propri crampi linguistici. ·
la struttura autoreferenziale della
c.d. coscienza, che, malgrado la riscoperta recente e seppure in maniera
non altrettanto evidente, è una struttura comune
a molti altri concetti trattati con formulazioni metafisiche e
religiose da molte tradizioni anche antiche di tipo ontologico e mistico. ·
la
c.d. “prima persona”, che sembra essere più una prospettiva in cui
ricollocare eventi sia mentali che fisici, che non una qualità che
caratterizzi il mentale stesso. ·
i sentimenti che sono situazioni
complesse, costituite da più fattori e distribuite in un arco di tempo
tale da renderne problematica la natura genuinamente fenomenica (qualcuno
potrebbe facilmente considerarli costrutti teorici di folk psychology). Cosa
rimane alla fine di questa epurazione ?
Certo potrebbero essere rimaste appese un sacco di cose, ma quelle
che considero significative ai fini della nostra trattazione sono le c.d. “immagini
mentali”, quelle che sono proprie della memoria e della fantasia.
Certamente queste immagini hanno similarità impressionanti con
oggetti e referenti sensoriali e fisici (si parla non a torto di immagini
visive, acustiche, tattili). Il “mentale” però è proprio questa
dimensione in cui appaiono questi fenomeni, una sorta di spazio astratto,
o quantomeno una modalità con cui questi fenomeni fanno la loro
apparizione nel nostro orizzonte fenomenologico. Propri del ricordo o
della fantasia questi fenomeni sono mentali, nel momento invece in cui
sono concretamente visti o sentiti allora no. Inoltre perché essi siano
considerati derivati da fenomeni fisici non è sufficiente la reciproca
somiglianza, ma ci vuole un’esplicita opzione ontologica. Così come
appaiono essi risultano autonomi dai fenomeni fisici ed in un certo senso
paralleli a questi. A tal proposito numerosi filosofi e psicologi hanno
attaccato le immagini mentali (si pensi a Ryle, Dennett, Phylyshyn, e
Shebar ). Mentre nel caso di Pylyshyn e Shebar si tratta di una critica
agli esperimenti psicologici di Kosslyn ed al valore cognitivo ed
esplicativo delle immagini mentali, Ryle e Dennett cercano di realizzare
una dissoluzione linguistica delle immagini mentali, assumendo presupposti
non sempre condivisibili e compiendo spesso acrobazie verbali al termine
delle quali il tono soddisfatto è quello dell’artista di circo che
aspetta un applauso che non verrà mai. Si pensi ad es. a Ryle quando dice
che quando si immagina non si è spettatori di una somiglianza della cosa,
bensì si somiglia ad uno spettatore della cosa. Così l’immagine non
è più la cosa ma noi che osserviamo la cosa: il che è un po’ come
cambiare gamba ma rimanere comunque dritti su di un piede solo.
Inquietante è anche la parafrasi che usa Ryle quando parla di una bimba
che immagina la sua bambola che sorride ; per negare che la bimba si
faccia un’immagine mentale, Ryle parla del fatto che la bimba si finge
che la bambola sorrida: a Ryle non turba affatto di sostituire alla
prospettiva della bimba la sua prospettiva di adulto che valuta ed
interpreta in senso forte l’azione della bimba, che in questo modo è
privata della sua prospettiva, della sua personale definizione di
esistenza e di rilevanza. Purtroppo
come si può vedere è difficile, se non impossibile, rimuovere un
fenomeno in quanto tale (anche in questo caso ci vogliono metafisiche
robuste ed esplicite e non certo i rinvii bigotti al buon senso comune) e
per questo Searle sembra sempre avere gioco facile con materialisti e
funzionalisti di varia estrazione. Dunque
sembra che ci siano fenomeni mentali e che ci sia una dimensione
mentale ; chi non ne ha, parli per se stesso e noi gli crederemo di
buon grado. Ovvio
che se il “mentale” nella sua purezza è costituito dalle immagini e
dal loro contesto, questo non vuol dire che i fattori che abbiamo escluso
prima siano completamente fuori questione : essi sono piuttosto
eventi al confine tra il “mentale” ed altri livelli ontologici. A tal
proposito riveste grande importanza la questione dei rapporti tra il
mentale ed il fisico : ci sono molte opzioni in campo ma quelle forse
più interessanti sono due : la teoria del parallelismo (che
si fa risalire agli occasionalisti ed a Spinoza su di una base concettuale
cartesiana) secondo la quale ad ogni evento mentale corrisponde uno stato
fisico (che può essere più latamente corporeo o specificamente neurale),
per cui c’è appunto parallelismo e non interazione tra i due ambiti ;
e c’è poi il dualismo interazionistico per il quale gli eventi
mentali sono eventi che interagiscono con quelli fisici è ciò è
possibile in quanto non c’è differenza di sostanza tra i due
ambiti (anche se l’interazione andrebbe comunque spiegata stante la
quasi completa assenza di proprietà comuni tra i due livelli). A tal
proposito il dualismo interazionistico potrebbe avere forse ragione se si
dimostrasse in sede sperimentale che due eventi, l’uno mentale l’altro
fisico, considerati corrispondenti dalla teoria rivale, siano invece
successivi dal punto di vista temporale.
Per quanto riguarda invece la teoria dell’identità e quella
eliminazionistica, esse in qualche modo non sono allo stesso livello
concettuale delle due precedenti , ma sono interpretazioni filosofiche del
parallelismo. Una teoria dell’identità, accettando il principio di
Leibniz (secondo il quale sono identici due enti che hanno le medesime
proprietà), risulta assurda in quanto non c’è da questo punto di
vista indiscernibilità tra stato mentale e stato neurale :
quantunque corrispondenti, essi sono assolutamente diversi. Perché dalla
corrispondenza parallelistica si
passi all’identità, ci vuole non solo una teoria esplicativa che
stabilisca legami di causa ed effetto tra i differenti stati neurali, ma
anche appunto un’interpretazione filosofica con basi ontologiche che
spieghi il fondamento di tale perfetta corrispondenza tra serie di stati
neurali e serie di stati mentali : in Spinoza ad esempio la
corrispondenza è spiegata dal fatto che i due ambiti sono due attributi
infiniti della stessa sostanza e cioè Dio. Tale esigenza, che chiameremo
metafisica, di ipotizzare un rapporto di equivalenza tra due dimensioni
parallele ma diverse non solo evidenzia la necessità teoretica di
salvare i fenomeni (in questo caso il mentale nella sua purezza ed
autonomia fenomenologica), ma anche di riconsiderare il processo che ha
portato alla divisione ad es. tra qualità primarie e qualità secondarie
e su cui ha riflettuto Husserl ma da cui soprattutto ha preso le mosse
Whitehead per costituire non a caso una nuova cosmologia ed una nuova
metafisica. Ma questo ci porterebbe lontano. Oltretutto
uno dei limiti di ogni tendenza eliminazionistica sta nel riproporre una
versione linguistica dell’Homunculus, in quanto le spiegazioni
fisicaliste attribuiscono a neuroni o al cervello azioni che invece
andrebbero attribuite ad esseri umani coscienti (si dice ad es. che il
cervello “riconosce”, “coordina”, “computa”), compiendo a
parere di chi scrive veri e propri errori di grammatica filosofica. Per
quanto riguarda il secondo dilemma, vorrei piuttosto soffermarmi sulle
conseguenze etiche e politiche della ridefinizione a dir poco vorticosa di
concetti come intelligenza, creatività, coscienza che nella prima
questione non trovavano molto spazio.
Per fare questo vorrei partire dal c.d. Test di Turing, per
guardarlo da un punto di vista poco problematizzato : il test di
Turing è quell’esperimento mentale nel quale una persona all’interno
di una stanza chiusa è collegata con un interlocutore esterno attraverso
una telescrivente e di quest’interlocutore, alla fine di un breve
dialogo, deve determinare l’identità, se cioè sia un essere umano
oppure una macchina. Il test (che nell’articolo originario di Turing era
più complesso ma può essere
riformulato in questo modo) diventa da questa prospettiva significativo
se una macchina viene considerata un essere umano al termine del dialogo.
Ma si può, secondo me altrettanto significativamente terminare il test
con un essere umano fuori della stanza che viene invece considerato una
macchina. Da questa situazione che si può declinare in maniera comica
o tragica a seconda della vena narrativa di chi la guarda, può partire un
altro percorso di riflessioni : Come
si può considerare un uomo ( che possiamo chiamare il Prof. Fantuzzing
mischiando un po’ il nome Turing con quello di uno sfigatissimo
poverocristo del nostro immaginario cinematografico) che è stato
considerato una macchina durante il test di Turing ? E’ giusto che
egli rifletta sulla sua situazione ? O il problema è un’altro ? A
questo punto per chiarire la questione è necessaria una premessa :
nel Congresso della Società Filosofica Italiana del 1997 si è ricordata
la lungimiranza di tale associazione quando il 1967, nel suo XXI
Congresso, trattò del rapporto tra l’uomo e la macchina La
mia considerazione è che disgraziatamente era già troppo tardi :
non forse rispetto alla macchina intelligente ma certo rispetto alle
macchine in generale e soprattutto rispetto ad un processo che accompagna
ma è al tempo stesso velato dal forte ingresso delle macchine nel mondo
della produzione : Questo processo è per usare un lessico che si
ispira a Marx, la sostituzione del lavoro vivo e cioè di concreti
esseri umani con il lavoro morto (le macchine). Questo processo di
sostituzione è ormai in corso da più secoli ed è una responsabilità
forte degli intellettuali quella di accorgersi di esso solo quando
comincia a riguardare le c.d. funzioni superiori dell’intelletto umano.
Da questo colpevole ritardo deriva un altro errore, complementare al
ritardo suddetto, e cioè quello di sentire che le macchine incalzano
l’uomo nel simulare le sue funzioni e di generare dunque con una
disperata fuga in avanti una ridefinizione dei concetti di “umano” e
di “coscienza” a sua volta troppo raffinata e specifica e tale da
comportare una divisione gerarchica all’interno del molto
differenziato insieme degli esseri umani, più che salvare l’uomo
astrattamente inteso dall’attacco delle macchine. Quante
persone, considerate solo dal punto di vista linguistico, supererebbero il
test di Turing, così come lo abbiamo inteso prima ? C’è tanta
gente che ha un linguaggio per certi aspetti povero, oppure ripetitivo,
poco creativo ed elaborato : essi forse esulano dall’ambito del
termine “umano” o “intelligente” ? In
realtà non solo nella discussione circa l’Intelligenza Artificiale ma
in molte questioni dell’etica pratica, assistiamo ad una eccessiva
influenza di uno spiritualismo senza corporeità che alla fine ha come
risultato la mortificazione e la messa a rischio dell’uomo reale e
concreto in nome di un mero ideale di uomo. La sfida all’I.A. diventa
così indirettamente un pretesto per ristabilire le gerarchie che
consentano e legittimino il dominio dell’uomo sull’uomo, così
come spesso il rapporto tra uomo e natura, soggetto e oggetto, è solo una
metafora ideologica per coprire un rapporto sottostante tra soggetto e
soggetto. Questa sorta di
copertura ideologica, di ipocrisia che soggiace al dibattito
sull’Intelligenza Artificiale, in un certo senso traspare in maniera
sottile anche in un’altra metafora filosofica che oltre al Test di
Turing è stata utilizzata nella polemica sul rapporto tra mente e
computer : quella di Searle sulla stanza cinese : Searle per
spiegare che il computer in realtà non pensa ma manipola solo simboli,
paragona l’attività del computer alla esecuzione di istruzioni da parte
di un individuo che pur non conoscendo il cinese, sembra seguendo queste
istruzioni rispondere in cinese ad alcune domande. Searle
dice : così fa il computer, così non fa l’uomo. Eppure come
somiglia all’uomo della stanza cinese non il computer ma l’individuo
alienato di Marx all’interno del processo produttivo, che non comprende
il significato complessivo dell’attività in cui egli stesso è inserito.
Per tutto questo complesso di ragioni, per quanto interessante la
questione dell’Intelligenza Artificiale al di là dell’interesse
scientifico oggettivo, ha degli aspetti fuorvianti, costituisce nel suo
complesso una rimozione : la macchina da cui noi fuggiamo è in
realtà il velo che nasconde il dominio dell’uomo sull’uomo ;
non è un caso che l’interpretazione asettica che noi diamo della
disoccupazione tecnologica che sembra assillare le società odierne,
trascura il fatto che la tecnologia significa meno lavoro vivo e meno
lavoro vivo significa disoccupazione e disperazione solo perché ci sono
determinati rapporti di produzione e perché il risultato, il fine della
produzione non siamo noi esseri umani. Alla
fine ci troviamo forse a dover tifare per l’Intelligenza Artificiale,
perché la macchina che si ribella e mostra in una romanzata volontà di
potenza la propria embrionale soggettività è in realtà un ottativo,
la proiezione del nostro desiderio di alienati, di riacquistare la facoltà
di negare i rapporti sociali dati. Ed inoltre : la macchina che
si fa soggetto, nel suo movimento smarca la soggettività fin troppo umana
che tende a celarsi dietro di essa, e dunque riapre la danza, disvela il
conflitto reale sottostante, ci rende consapevoli che il rapporto
uomo-macchina è in realtà un rapporto uomo-macchina-altro uomo. Cosa
c’entra in tutto questo la creatività ? C’entra,
perché gli studi che si sono fatti su di essa evidenziano
l’importanza proprio cognitiva dell’emotività umana, emotività che
sembra controintuitivo contrapporre ai computer, in quanto sembrerebbe
essere una caratteristica di un livello inferiore dell’evoluzione
individuale e specifica dell’homo
sapiens sapiens. Questo presupposto è però errato, in quanto la
macchina non va nella gerarchia classica che distingue tra minerali,
animali ed esseri umani e/o spirituali. La macchina invece genera
un’altra gerarchia parallela alla prima. Se prima l’uomo doveva
distinguersi dagli animali per legittimare la propria sfera d’influenza,
ora deve distinguersi dalla macchina per evitare la mancanza di senso
della razionalizzazione teorizzata da Weber ; sono dunque necessari
nuovi equilibri e nuovi rapporti tra razionalità ed irrazionalità :
L’animale
ha ciò che il computer non ha ed il computer ha ciò che l’animale non
ha ;
l’uomo ha entrambe le facoltà, l’emozionalità e la razionalità ed
anzi l’essere umano nutre la propria razionalità grazie, e non
nonostante, le sue emozioni. L’uomo si stacca dall’Intelligenza
Artificiale proprio in grazia di quella dimensione che secondo Platone va
solo frenata e controllata, non modulata, non messa in musica, non
danzata. A
dispetto delle asettiche gerarchie utilitaristiche, le emozioni e
l’affettività sono le discriminanti dell’umanità di domani.
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