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La comunicazione scientifica come questione filosofica |
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Mai come in
questo momento storico, il problema della produzione e circolazione del
sapere è attuale ed urgente. Basti fare qualche esempio :
Altro
esempio:
Si possono fare mille altri esempi che possono mostrarci come questioni che ci toccano e ci toccheranno da vicino, ci trovano angosciati e lenti nelle risposte proprio perché ci mancano le conoscenze sufficienti per immaginarne almeno una. Abbiamo il diritto di voto, di associazione, di parola, la libertà di pensiero e tuttavia questi diritti non possono sostanziarsi in uno o più metodi di ricerca e di elaborazione teorica e strategica che ci consentano di affrontare i problemi con cui siamo chiamati a confrontarci, data la massa di dati ed immagini che in maniera confusa e capziosa i mass-media ci elargiscono ogni giorno. Questa asimmetria, questo sfalsamento tra i nostri diritti/doveri e la nostra capacità concreta di esercitarli ha radici lontane, nel tipo di sapere che ha dominato gli ultimi secoli, che ha portato tante conseguenze positive ma che al tempo stesso ha imposto ai processi storici e sociali una scala ed una velocità tali da far perdere ogni possibilità di controllo e di verifica ai singoli individui ed anche a quelle comunità, a quelle associazioni in cui essere inseriti e partecipare ha un senso immediato e riconoscibile. Questo sapere
a cui si fa riferimento, lo si potrebbe definire sapere
scientifico-matematico: esso già agli inizi del nostro secolo fu
sottoposto ad una critica spietata per la sua astrattezza e per la sua
assoluta separazione dal livello di esperienza sensibile ed emozionale a
cui siamo più abituati nel corso della nostra vita.4
Il fatto che alcuni dei rappresentanti di
questo movimento di critica della scienza (quali G. Gentile, M.
Heidegger e il fenomenologo O.Becker) siano stati coinvolti
in quei processi di mobilitazione delle masse che hanno portato
anche a guerre mondiali, a genocidi, a forti violazioni dei diritti
individuali e collettivi,5
non ci esime dal valutare esatta la diagnosi e letale la separazione tra
l’ambito teorico e quello sensitivo-emozionale, tra il linguaggio
scritto e quello visivo o sonoro, tra le formule e le immagini, tra le
qualità primarie e le qualità secondarie.6
Una separazione non sintetizzabile solo nella questione del rapporto tra
le “due culture”, ma che si riverbera nella chiusura reciproca tra
gerghi specialistici ed in quella complessiva tra il linguaggio
specialistico e quello “naturale” storicamente in uso ed in continua
evoluzione del cosiddetto “senso comune”7.
Molti pensano che questo problema si riduca a quello di una buona
divulgazione (e si fa spesso l’esempio dell’Inghilterra). Ma la
questione è più complessa: la buona divulgazione può operare una
traduzione mirabile dal linguaggio specialistico a quello del senso
comune, ma non consente l’interlocuzione, rimane una trasmissione a
senso unico tra chi sa e chi non sa, dove il secondo termine non può
ulteriormente elaborare il sapere a partire da quello che gli è stato
trasmesso. Inoltre la divulgazione presuppone l’esistenza di un sapere
già compiuto che deve essere solo comunicato, cosa che invece a nostro
parere va riconsiderata, come vedremo adesso. Il problema
dunque è quello di effettuare traduzioni e/o di creare linguaggi che
consentano un’elaborazione diffusa di saperi, una decodificazione dei
gerghi scientifici in linguaggi più simili a quello ordinario, in modo
da allargare l’ambito di coloro che possano modulare le conoscenze in
maniera da adattarle ai contesti sempre più turbolenti della vita
quotidiana ed agli ambiti sempre più complessi in cui si esercitano i
nostri diritti di cittadinanza. Per fare questo bisogna adottare un
presupposto metodologico che in Italia (negli Usa c’è Dewey ma sino a
che punto è stato veramente compreso?) è stato formulato in maniera più
esplicita da culture quali il neo-idealismo[1],
che hanno paradossalmente svolto per certi versi una funzione frenante
nella nostra cultura: il presupposto metodologico di cui parliamo è
quello per cui la comunicazione e la veicolazione dei saperi è parte
costitutiva di quegli stessi saperi, per cui un
sapere che non si comunica nel linguaggio storicamente e
contingentemente dato non è vero sapere. Questo assunto non è
senza conseguenze: proprio le scienze cosiddette “hard”, quelle con
più alto grado di “certezza” e con “magiche” applicazioni
tecnologiche sarebbero maggiormente messe in questione. Né si può dire
che la tecnologia sia una prova della verità della scienza, se non se
ne rende chiaro il rapporto e si dia la possibilità anche alle
popolazioni del “Terzo Mondo” di elaborare saperi che tengano conto
della scienza e della tecnologia, ai loro contesti materiali e
culturali: questo non si è mai fatto (alcune forme di ecologismo stanno
abbozzando un approccio in tal senso di ibridazione culturale9)
e proprio in virtù di questa storica omissione abbiamo avuto forme di
coesistenza irrazionale tra saperi scientifici e principi ideologici e
religiosi spesso intolleranti10
(si pensi al nazismo, ma anche al fondamentalismo islamico, dove le
scienze sono utilizzate coerentemente alla separazione dei saperi in
nome di fini che noi definiamo “barbari”). La
chiusura linguistica della scienza la rende una merce buona per tutti
gli usi: basta pagare lautamente chi la sa per costruire tutte le armi
che si vuole; chi la sa può non conoscerne tutti gli usi, chi paga può
tranquillamente dire che la scienza è frutto del demonio e ignorarne
i presupposti teorici o metodologici. Ma, tra chi sa e chi paga,
c’è troppa gente che subisce, vittima dei poteri e dei saperi. E’
necessario perciò operare quella decodificazione di cui abbiamo
parlato, perché poi le decisioni si prendano insieme, senza delegare a
nessuno la nostra vita. A questo proposito,
Diego Marconi in un articolo sul Sole
- 24 Ore11
afferma decisamente che non si può pretendere che gli scienziati
presentino le loro tesi in modo che “chiunque” sia in grado di
valutarne l’attendibilità; la cosa sarebbe impossibile e chi la
pensasse diversamente sarebbe un illuso o un imbroglione. Marconi chiude
la questione là dove dovrebbe cominciare: perché la cosa è
impossibile e perché chi la pensa diversamente è un illuso o un
imbroglione? Torniamo a
vecchie platoniche questioni. Da cosa si riconosce un competente? Qual
è il criterio che distingue critiche competenti da critiche
incompetenti? Se non si vuole affrontare in maniera frettolosa questo
problema, va studiato con impegno, se adottiamo una terminologia
marxiana12,
il rapporto tra la produzione e la riproduzione della scienza. La soglia
tra i linguaggi evidenziata
da Marconi va superata (o almeno bisogna disperatamente tentare) e non
sedercisi sopra con sollievo o con supponenza, quasi che la riflessione
di Feyerabend sia solo il ronzio fastidioso di una zanzara. Più
concretamente un “politico”, tra la consulenza degli istituti
sanitari di ricerca e le marce di degenti speranzosi, non può evitare
il barcamenarsi e l’ammiccamento, in quanto da un lato condivide la
situazione cognitiva dei degenti e dall’altro trova chi gli annuncia
funereo che si potrà fare un’opinione seria della cosa solo con un
curriculum che presuppone semplicemente la reduplicazione della sua vita
terrena; se però il politico, rimanendo ignorante, accetta il verdetto
della “comunità sapiente”, lo fa in nome di che? Come se la cava lo
scienziato-tipo, che ricusa il principio di autorità nei giorni
festivi, per invocare
questo principio tutti i giorni feriali, e cioè ogni volta che c’è
una decisione da prendere che implichi conoscenze non veicolabili nei
tempi di un pubblico dibattito? Questi problemi non sono aggirabili e la
democrazia non è solo un principio politico, ma anche un processo
cognitivamente rilevante13.
Allo stato attuale delle cose, le decisioni vanno prese sulla base delle
competenze ricavabili dalla letteratura divulgativa: se non si riesce a
comunicare il sapere, non si può gridare all’oscurantismo ed alla
demagogia. In questa
polemica purtroppo anche un punto di riferimento indiscusso come
Marcello Cini ha parzialmente sconfessato il suo radicalismo
materialista-storico (“la storia esterna determina la storia interna
della scienza”) e cerca di distinguere tra il linguaggio canonico che
verte sulla natura (linguaggio tecnico-formalizzato storicamente
determinato per rappresentare il patrimonio di conoscenze condivise
dagli esperti di una data disciplina) ed il linguaggio metateorico che
verte sulla scienza (insieme di proposizioni che esprimono un giudizio
su completezza, validità, coerenza, limiti, utilità etc. del
linguaggio canonico).14
Per Cini solo quest’ultimo linguaggio può essere oggetto della
pressione del contesto sociale, mentre il sacrario del linguaggio
specialistico non si tocca! Invece la democratizzazione radicale della
scienza necessita la rottura di ogni recinto sacro, il disvelamento di
ogni linguaggio chiuso. E’ necessaria la decodifica proprio del
linguaggio canonico, decodifica che non è mera volgarizzazione, dal
momento che ha la pretesa di essere il linguaggio con cui viene
intrapresa la ricerca conoscitiva e non solo il mero ricettacolo del
precipitato “volgare” della ricerca stessa.
Ma chi può dare il via a questo processo di traduzione dei saperi ?
E quali sono le operazioni concrete, i modi con cui iniziare la
realizzazione di tale programma ?
Gli attori sociali possono ben essere tutti quelli che sono
impegnati nella comunicazione del sapere : insegnanti, operatori
culturali, sociali e massmediologici, educatori di comunità, genitori,
giornalisti, artisti, i quali devono passare dalla oscillazione tra
falsificazione mercatistica dei saperi e divulgazione sterile alla
costituzione di un sapere che nella comunicazione si realizza
compiutamente. Quanto al mezzo riteniamo che la cassetta degli strumenti
sia quella tradizione a volte reietta che ha nome FILOSOFIA.
Sembra strano.
Ma forse il fine di trasformazione che il giovane Marx dava alla
filosofia passa attraverso una trasformazione del linguaggio e del suo
uso.
In questa operazione alcune delle cose da fare sarebbero: ·
L’elaborazione di un’ontologia che
superi la separazione tra res cogitans e res extensa e tra qualità
primarie e qualità secondarie. Uno dei filosofi che più hanno
rappresentato un’istanza del genere è A.N.Whitehead, che, più dello
stesso Husserl, ha tematizzato i problemi dell’astrazione scientifica
o meglio della sua “concretizzazione mal posta”.15
Questa ontologia deve magari usare il formalismo, ma senza farsi
sopraffare da esso, e farsi aiutare in questo tentativo dal mito, dalla
metafora, dal linguaggio poetico. ·
La creazione di opere
artistico-filosofiche che utilizzino diversi codici e diversi tipi di
segnali (visivi, sonori, linguistici etc.). La multimedialità ha già
prodotto numerosi progressi nel campo della divulgazione scientifica,
aiutando la ricezione grazie al continuo spostamento di contenuti da
linguaggi più freddi a registri emotivi più coinvolgenti (degli esempi
nostrani possono essere i cartoni animati di Bruno Bozzetto in
“Quark” o le performance teatrali di Davide Paolini su eventi
storici del nostro Belpaese). ·
Un programma metodologico che
aggredisca il linguaggio matematico e lo riavvicini il più possibile al
linguaggio naturale. A parte le tesi di Feyerabend in Against Method
e le raffinate e chiare analisi linguistiche di Wittgenstein, Carnap e
Schlick, si segnala la splendida Storia
universale dei numeri di G. Ifrah16,
uno splendido esempio di ricostruzione della storia della notazione
numerica, che riporta la logica profonda dei numeri alle concrete
pratiche sociali che hanno scandito l’evoluzione culturale della
specie umana. ·
Una revisione del marxismo che,
partendo dall’approfondimento del rapporto tra lavoro morto e lavoro
vivo, tematizzi in maniera più organica il rapporto tra struttura
economica e sovrastruttura culturale ed ideologica nell’attuale fase
della storia umana, caratterizzata da sviluppi scientifici e tecnologici
sempre più accelerati. Questa può
essere l’alba di una filosofia futura, i cui antecedenti sono Marx,
Husserl, Wittgenstein, Whitehead. Certamente
abbiamo di fronte un campo illimitato in cui non può impegnarsi una
sola persona: dobbiamo solo cominciare a dissodarlo. Bibliografia AA.VV. (a cura di G.Marchetti) 1999:
Il Neopragmatismo, La Nuova Italia, Firenze. Calzolari G. 2001: “Sirchia
dice no al metodo Di Bella”, Il Giorno, 12 Novembre Capra, F.1984: Il punto di svolta,
Milano, Feltrinelli, Croce B. 1990: Estetica, Milano,
Adelphi, 1990, pp. 3-16. Greco P. 2001:
“Se il politico fa lo
scaricabarile”, l’Unità,
9 giugno. Husserl
E. 1987: La crisi delle scienze europee e la fenomenologia
trascendentale, Milano, Il Saggiatore. Ifrah G. 1989:
Storia universale dei numeri, Milano, Mondatori.
Lukacs G. 1959: La distruzione della
ragione, Torino, Einaudi, , pp. 403-418 Mann Th. 1997: Considerazioni di un
impolitico, Milano, Adelphi. Marconi D. 2001 “Lo spirito
critico e il contar storie”, Il Sole 24 Ore, 27 Maggio. Marx K. 1993: Storia
dell’economia politica, Teorie sul plusvalore I, Roma,
Editori Riuniti, , p.373. Pace
G.M. 2001: Tirelli: “Cocktail inefficace non servono altre
indagini”, La Repubblica, 13 Novembre. Spinicci
P. 2000: Sensazione, percezione, concetto, Bologna, il Mulino. Testart J. 2000 “Gli esperti,
la scienza, la legge”, le Monde diplomatique, Settembre Whitehead A. N. 1975:
Il concetto di natura, Torino, Einaudi.
1
Greco 2001. 2 Pace 2001 3 Calzolari 2001 4
SPINICCI 2000 5
LUKACS 1959 6
HUSSERL 1987 7
Chiocchi Cooperweb.it/relazioni/temi3CAP1html [1] CROCE 1999, pp. 3-16. 9
CAPRA 1990 10 MANN 1997 11 Marconi 2001 12 MARX 1993, p.373. 13 AA.VV. (a cura di G.Marchetti) 1999. 14 CINI 1994 15 WHITEHEAD
1975. 16 IFRAH 1989. |