La comunicazione scientifica

come questione filosofica

 

 

 

 

Mai come in questo momento storico, il problema della produzione e circolazione del sapere è attuale ed urgente. Basti fare qualche esempio :

 

bulletIn molte aziende, siano esse di beni o di servizi, pubbliche o private, gli esuberi e la loro quantificazione sono oggetto di decisione e di valutazione di fantomatiche società di consulenza i cui metodi e la correlata applicazione di questi ultimi sono privi di qualsiasi concreto riscontro anche per chi subirà sulla propria carne le conseguenze di tali decisioni : come in una cerimonia vudù, uno stregone di una società come la McKinsey o la Andersen Consulting   sentenzierà che ci sono degli appestati che devono essere esclusi.

 

Altro esempio:

 

bulletMolti malati di cancro hanno giustamente manifestato per rendere meno onerose le spese per chi si sottopone alla cosiddetta “cura Di Bella”. Essi però hanno combattuto l’autorità impersonale e burocratica delle accademie riconosciute attraverso il carisma personale di un ricercatore discusso e discutibile. Quale sia comunque la scelta che hanno fatto, essi sanno poco sul merito della questione nella quale si contrappongono Di Bella e l’establishment accademico e dunque si sono mossi senza sapere se stavano sposando la causa giusta o se erano strumentalizzati da millantatori1. E’ certo  che entrambe le parti in questo gioco non hanno brillato per trasparenza o mancanza di capziosità. Da un lato Di Bella e i suoi supporter volendo tutelare la propria credibilità hanno spesso “argomentato” a suon di carta bollata più che con dei ragionamenti (aumentando la confusione); in secondo luogo il professore ha lasciato una documentazione della propria attività molto incompleta; ed infine egli ha legato troppo la terapia alla sua persona, diminuendo le possibilità di verifica intersoggettiva ed aumentando proporzionalmente i dubbi sulla credibilità del suo tentativo. Dall’altro lato  la c.d. “scienza ufficiale” non è stata da meno: da Garattini che grida alla New Age o asserisce con non poca faziosità che la terapia ha fatto morire dei bambini, al Prof. Tirelli (Istituto naz. dei tumori di Aviano) che, dopo essersi appellato a Berlusconi visto che aveva sconfitto quel male (come se l’averlo fatto con terapie tradizionali dia la facoltà di valutare la credibilità di un’altra terapia), se la prende, visto che c’è, anche con la polemica sull’elettrosmog2; infine vale la pena citare il Prof. Di Costanzo (segretario dell’associazione nazionale oncologi italiani) che scomoda dai loro scranni Galileo e Newton per concludere che la regione Lazio è come l’Afghanistan3. Insomma, gli “scienziati”, nel momento in cui comunicano con l’opinione pubblica o sono chiamati direttamente in causa, utilizzano lo stesso linguaggio poco stimolante ed a basso contenuto informativo della polemica politica di bassa lega (tanto “comunque vada…sarà un successo”).  

 

 

 

Si possono fare mille altri esempi che possono mostrarci come questioni che ci toccano e ci toccheranno da vicino, ci trovano angosciati e lenti nelle risposte proprio perché ci mancano le conoscenze sufficienti per immaginarne almeno una. Abbiamo il diritto di voto, di associazione, di parola, la libertà di pensiero e tuttavia questi diritti non possono sostanziarsi in uno o più metodi di ricerca e di elaborazione teorica e strategica che ci consentano di affrontare i problemi con cui siamo chiamati a confrontarci, data la massa di dati ed immagini che in maniera confusa e capziosa  i mass-media ci elargiscono ogni giorno. Questa asimmetria, questo sfalsamento tra i nostri diritti/doveri e la nostra capacità concreta di esercitarli ha radici lontane, nel tipo di sapere che ha dominato gli ultimi secoli, che ha portato tante conseguenze positive ma che al tempo stesso ha imposto ai processi storici e sociali una scala ed una velocità tali da far perdere ogni possibilità di controllo e di verifica ai singoli individui ed anche a quelle comunità, a quelle associazioni in cui essere inseriti e partecipare ha un senso immediato e riconoscibile.

 

Questo sapere a cui si fa riferimento, lo si potrebbe definire sapere scientifico-matematico: esso già agli inizi del nostro secolo fu sottoposto ad una critica spietata per la sua astrattezza e per la sua assoluta separazione dal livello di esperienza sensibile ed emozionale a cui siamo più abituati nel corso della nostra vita.4 Il fatto che alcuni dei rappresentanti di questo movimento di critica della scienza (quali G. Gentile, M. Heidegger e il fenomenologo O.Becker) siano stati coinvolti in quei processi di mobilitazione delle masse che hanno portato anche a guerre mondiali, a genocidi, a forti violazioni dei diritti individuali e collettivi,5 non ci esime dal valutare esatta la diagnosi e letale la separazione tra l’ambito teorico e quello sensitivo-emozionale, tra il linguaggio scritto e quello visivo o sonoro, tra le formule e le immagini, tra le qualità primarie e le qualità secondarie.6 Una separazione non sintetizzabile solo nella questione del rapporto tra le “due culture”, ma che si riverbera nella chiusura reciproca tra gerghi specialistici ed in quella complessiva tra il linguaggio specialistico e quello “naturale” storicamente in uso ed in continua evoluzione del cosiddetto “senso comune”7. Molti pensano che questo problema si riduca a quello di una buona divulgazione (e si fa spesso l’esempio dell’Inghilterra). Ma la questione è più complessa: la buona divulgazione può operare una traduzione mirabile dal linguaggio specialistico a quello del senso comune, ma non consente l’interlocuzione, rimane una trasmissione a senso unico tra chi sa e chi non sa, dove il secondo termine non può ulteriormente elaborare il sapere a partire da quello che gli è stato trasmesso. Inoltre la divulgazione presuppone l’esistenza di un sapere già compiuto che deve essere solo comunicato, cosa che invece a nostro parere va riconsiderata, come vedremo adesso.

 

Il problema dunque è quello di effettuare traduzioni e/o di creare linguaggi che consentano un’elaborazione diffusa di saperi, una decodificazione dei gerghi scientifici in linguaggi più simili a quello ordinario, in modo da allargare l’ambito di coloro che possano modulare le conoscenze in maniera da adattarle ai contesti sempre più turbolenti della vita quotidiana ed agli ambiti sempre più complessi in cui si esercitano i nostri diritti di cittadinanza. Per fare questo bisogna adottare un presupposto metodologico che in Italia (negli Usa c’è Dewey ma sino a che punto è stato veramente compreso?) è stato formulato in maniera più esplicita da culture quali il neo-idealismo[1], che hanno paradossalmente svolto per certi versi una funzione frenante nella nostra cultura: il presupposto metodologico di cui parliamo è quello per cui la comunicazione e la veicolazione dei saperi è parte costitutiva di quegli stessi saperi, per cui un sapere che non si comunica nel linguaggio storicamente e contingentemente dato non è vero sapere. Questo assunto non è senza conseguenze: proprio le scienze cosiddette “hard”, quelle con più alto grado di “certezza” e con “magiche” applicazioni tecnologiche sarebbero maggiormente messe in questione. Né si può dire che la tecnologia sia una prova della verità della scienza, se non se ne rende chiaro il rapporto e si dia la possibilità anche alle popolazioni del “Terzo Mondo” di elaborare saperi che tengano conto della scienza e della tecnologia, ai loro contesti materiali e culturali: questo non si è mai fatto (alcune forme di ecologismo stanno abbozzando un approccio in tal senso di ibridazione culturale9) e proprio in virtù di questa storica omissione abbiamo avuto forme di coesistenza irrazionale tra saperi scientifici e principi ideologici e religiosi spesso intolleranti10 (si pensi al nazismo, ma anche al fondamentalismo islamico, dove le scienze sono utilizzate coerentemente alla separazione dei saperi in nome di fini che noi definiamo “barbari”). La chiusura linguistica della scienza la rende una merce buona per tutti gli usi: basta pagare lautamente chi la sa per costruire tutte le armi che si vuole; chi la sa può non conoscerne tutti gli usi, chi paga può tranquillamente dire che la scienza è frutto del demonio e ignorarne  i presupposti teorici o metodologici. Ma, tra chi sa e chi paga, c’è troppa gente che subisce, vittima dei poteri e dei saperi. E’ necessario perciò operare quella decodificazione di cui abbiamo parlato, perché poi le decisioni si prendano insieme, senza delegare a nessuno la nostra vita. A questo proposito,  Diego Marconi in un articolo sul Sole - 24 Ore11 afferma decisamente che non si può pretendere che gli scienziati presentino le loro tesi in modo che “chiunque” sia in grado di valutarne l’attendibilità; la cosa sarebbe impossibile e chi la pensasse diversamente sarebbe un illuso o un imbroglione. Marconi chiude la questione là dove dovrebbe cominciare: perché la cosa è impossibile e perché chi la pensa diversamente è un illuso o un imbroglione? Torniamo  a vecchie platoniche questioni. Da cosa si riconosce un competente? Qual è il criterio che distingue critiche competenti da critiche incompetenti? Se non si vuole affrontare in maniera frettolosa questo problema, va studiato con impegno, se adottiamo una terminologia marxiana12, il rapporto tra la produzione e la riproduzione della scienza. La soglia tra i linguaggi  evidenziata da Marconi va superata (o almeno bisogna disperatamente tentare) e non sedercisi sopra con sollievo o con supponenza, quasi che la riflessione di Feyerabend sia solo il ronzio fastidioso di una zanzara.

 

Più concretamente un “politico”, tra la consulenza degli istituti sanitari di ricerca e le marce di degenti speranzosi, non può evitare il barcamenarsi e l’ammiccamento, in quanto da un lato condivide la situazione cognitiva dei degenti e dall’altro trova chi gli annuncia funereo che si potrà fare un’opinione seria della cosa solo con un curriculum che presuppone semplicemente la reduplicazione della sua vita terrena; se però il politico, rimanendo ignorante, accetta il verdetto della “comunità sapiente”, lo fa in nome di che? Come se la cava lo scienziato-tipo, che ricusa il principio di autorità nei giorni festivi, per  invocare questo principio tutti i giorni feriali, e cioè ogni volta che c’è una decisione da prendere che implichi conoscenze non veicolabili nei tempi di un pubblico dibattito? Questi problemi non sono aggirabili e la democrazia non è solo un principio politico, ma anche un processo cognitivamente rilevante13. Allo stato attuale delle cose, le decisioni vanno prese sulla base delle competenze ricavabili dalla letteratura divulgativa: se non si riesce a comunicare il sapere, non si può gridare all’oscurantismo ed alla demagogia.

 

In questa polemica purtroppo anche un punto di riferimento indiscusso come Marcello Cini ha parzialmente sconfessato il suo radicalismo materialista-storico (“la storia esterna determina la storia interna della scienza”) e cerca di distinguere tra il linguaggio canonico che verte sulla natura (linguaggio tecnico-formalizzato storicamente determinato per rappresentare il patrimonio di conoscenze condivise dagli esperti di una data disciplina) ed il linguaggio metateorico che verte sulla scienza (insieme di proposizioni che esprimono un giudizio su completezza, validità, coerenza, limiti, utilità etc. del linguaggio canonico).14 Per Cini solo quest’ultimo linguaggio può essere oggetto della pressione del contesto sociale, mentre il sacrario del linguaggio specialistico non si tocca! Invece la democratizzazione radicale della scienza necessita la rottura di ogni recinto sacro, il disvelamento di ogni linguaggio chiuso. E’ necessaria la decodifica proprio del linguaggio canonico, decodifica che non è mera volgarizzazione, dal momento che ha la pretesa di essere il linguaggio con cui viene intrapresa la ricerca conoscitiva e non solo il mero ricettacolo del precipitato “volgare” della ricerca stessa.

 

   Ma chi può dare il via a questo processo di traduzione dei saperi ?

   E quali sono le operazioni concrete, i modi con cui iniziare la realizzazione di tale programma ?

   Gli attori sociali possono ben essere tutti quelli che sono impegnati nella comunicazione del sapere : insegnanti, operatori culturali, sociali e massmediologici, educatori di comunità, genitori, giornalisti, artisti, i quali devono passare dalla oscillazione tra falsificazione mercatistica dei saperi e divulgazione sterile alla costituzione di un sapere che nella comunicazione si realizza compiutamente. Quanto al mezzo riteniamo che la cassetta degli strumenti sia quella tradizione a volte reietta che ha nome FILOSOFIA.

   Sembra strano.

   Ma forse il fine di trasformazione che il giovane Marx dava alla filosofia passa attraverso una trasformazione del linguaggio e del suo uso.

   In questa operazione alcune delle cose da fare sarebbero:

 

·      L’elaborazione di un’ontologia che superi la separazione tra res cogitans e res extensa e tra qualità primarie e qualità secondarie. Uno dei filosofi che più hanno rappresentato un’istanza del genere è A.N.Whitehead, che, più dello stesso Husserl, ha tematizzato i problemi dell’astrazione scientifica o meglio della sua “concretizzazione mal posta”.15 Questa ontologia deve magari usare il formalismo, ma senza farsi sopraffare da esso, e farsi aiutare in questo tentativo dal mito, dalla metafora, dal linguaggio poetico.

·      La creazione di opere artistico-filosofiche che utilizzino diversi codici e diversi tipi di segnali (visivi, sonori, linguistici etc.). La multimedialità ha già prodotto numerosi progressi nel campo della divulgazione scientifica, aiutando la ricezione grazie al continuo spostamento di contenuti da linguaggi più freddi a registri emotivi più coinvolgenti (degli esempi nostrani possono essere i cartoni animati di Bruno Bozzetto in “Quark” o le performance teatrali di Davide Paolini su eventi storici del nostro Belpaese).

·      Un programma metodologico che aggredisca il linguaggio matematico e lo riavvicini il più possibile al linguaggio naturale. A parte le tesi di Feyerabend in Against Method e le raffinate e chiare analisi linguistiche di Wittgenstein, Carnap e Schlick, si segnala la splendida Storia universale dei numeri di G. Ifrah16, uno splendido esempio di ricostruzione della storia della notazione numerica, che riporta la logica profonda dei numeri alle concrete pratiche sociali che hanno scandito l’evoluzione culturale della specie umana.

·      Una revisione del marxismo che, partendo dall’approfondimento del rapporto tra lavoro morto e lavoro vivo, tematizzi in maniera più organica il rapporto tra struttura economica e sovrastruttura culturale ed ideologica nell’attuale fase della storia umana, caratterizzata da sviluppi scientifici e tecnologici sempre più accelerati. 

 

Questa può essere l’alba di una filosofia futura, i cui antecedenti sono Marx, Husserl, Wittgenstein, Whitehead.

  Certamente abbiamo di fronte un campo illimitato in cui non può impegnarsi una sola persona: dobbiamo solo cominciare a dissodarlo.

 


Bibliografia

 

AA.VV. (a cura di G.Marchetti) 1999:  Il Neopragmatismo, La Nuova Italia, Firenze.

Calzolari G. 2001: “Sirchia dice no al metodo Di Bella”, Il Giorno, 12 Novembre

Capra, F.1984: Il punto di svolta, Milano, Feltrinelli,

Croce B. 1990: Estetica, Milano, Adelphi, 1990, pp. 3-16.

Greco P. 2001: “Se il politico fa lo scaricabarile”, l’Unità, 9 giugno.

Husserl E. 1987: La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Milano, Il Saggiatore.

Ifrah G. 1989: Storia universale dei numeri, Milano, Mondatori. 

Lukacs G. 1959: La distruzione della ragione, Torino, Einaudi, , pp. 403-418

Mann Th. 1997: Considerazioni di un impolitico, Milano, Adelphi.

Marconi D. 2001 “Lo spirito critico e il contar storie”, Il Sole 24 Ore, 27 Maggio.

Marx K. 1993: Storia dell’economia politica, Teorie sul plusvalore I, Roma, Editori Riuniti, , p.373.

Pace G.M. 2001: Tirelli: “Cocktail inefficace non servono altre indagini”, La Repubblica, 13 Novembre. Spinicci P. 2000: Sensazione, percezione, concetto, Bologna, il Mulino.

Testart J. 2000 “Gli esperti, la scienza, la legge”, le Monde diplomatique, Settembre

Whitehead A. N. 1975: Il concetto di natura, Torino, Einaudi.

 


1 Greco 2001.

2 Pace 2001

3 Calzolari 2001

4 SPINICCI 2000

5 LUKACS 1959

6 HUSSERL 1987

7 Chiocchi  Cooperweb.it/relazioni/temi3CAP1html

[1] CROCE 1999, pp. 3-16.

9 CAPRA 1990

10 MANN 1997

11 Marconi 2001

12 MARX 1993, p.373.

13 AA.VV. (a cura di G.Marchetti) 1999.

14 CINI 1994

15 WHITEHEAD 1975. 

16 IFRAH 1989.