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Peirce e la nuova lista di categorie |
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L’autopresentazione
Peirce in una autopresentazione del suo pensiero dice di tentare un’elaborazione (sulla base di un numero limitato di principi) di una filosofia onnicomprensiva come quella di Aristotele, che si possa applicare a tutta l’opera della ragione umana. I pochi principi suddetti devono essere l’elemento unificante delle diverse scienze. Peirce rifiuta il ruolo delle dimostrazioni in filosofia e considera quest’ultima una sorta di scienza generale in cui si devono elaborare ipotesi che poi vanno verificate. La filosofia potrebbe essere descritta secondo Peirce come il tentativo di un fisico di avanzare ipotesi coerenti con la scienza circa la costruzione dell’universo. Le dimostrazioni metafisiche sono illusorie ed anche nella scienza si può riscontrare un atteggiamento dogmatico. A tal proposito Peirce distingue tra ricerca della scienza e pretese di conoscenza (basate se vogliamo usare categorie russelliane non sulla conoscenza per apprendimento ma sulla conoscenza per descrizione). Uno dei suoi ispiratori è il filosofo medievale Duns Scoto (che, coincidenza, aveva anche interessato il giovane Heidegger). Egli vuole erigere un edificio filosofico che duri a lungo con salde fondamenta. A suo parere Descartes, Hobbes e Kant hanno in parte demolito ed in parte riparato l’edificio aristotelico, mentre l’Idealismo tedesco ne ha eretto un altro, però con delle sviste di costruzione. Per Peirce la filosofia classica tedesca è ricca di suggestioni filosofiche ma poca forza argomentativa, mentre la filosofia inglese ha metodi più accurati : a tal proposito la teoria humiana dell’associazione di idee è il capolavoro dell’era prescientifica. Infine per Peirce la filosofia evoluzionista ha sani principi ma applicazioni confuse (si riferisce a Spencer ?), mentre Duns Scoto spogliato dal medievalismo aiuterebbe la scienza. Peirce per il suo fallibilismo prende a spunto il fatto che nelle misurazioni scientifiche più accurate si enunciano i risultati solo specificando l’approssimazione di errore probabile. Egli non vuole fornire filosofia già pronta, ma dare spunti a chi vuole cercare e idee a chi condivide il suo punto di partenza. Vi è in Peirce un atteggiamento socratico per cui il primo passo verso la scoperta è riconoscere di non sapere ancora in modo soddisfacente, quando invece la sicurezza riduce molte buone intelligenze all’impotenza. Egli dice che il filosofo può essere avvantaggiato da un training di scienziato sperimentale, al fine di costituire la filosofia come uno scavo finalizzato alla elaborazione di ipotesi ed approssimazioni successive dell’oggettività.
I concetti ed il presente
Per Peirce i concetti devono ridurre ad unità la molteplicità delle impressioni (schema platonico-aristotelico) e la validità di un concetto consiste nell’impossibilità di ridurre ad unità il contenuto della coscienza senza l’introduzione del concetto stesso (questo è affine al Trascendentale kantiano?). Ci può essere una gradazione tra concetti (come nell’hegelismo) e a tal proposito Peirce aggiunge che un concetto può ridurre ad unità la molteplicità del senso, ma un ulteriore concetto può essere richiesto per ridurre ad unità il primo concetto e la molteplicità cui il primo concetto è applicata e così via ad infinitum. Questa tesi pure si rifà ad Hegel e forse anticipa la gerarchia dei tipi di Russell. Il concetto universale più prossimo all’orizzonte sensibile è per Peirce quello di “PRESENTE IN GENERALE” (qui forse intravediamo l’Hegel della Fenomenologia dello Spirito, anche se Peirce non sembra accorgersi dell’intrinseca paradossalità della nozione di PRESENTE IN GENERALE). Egli poi con il concetto di “ATTENZIONE SENZA CONNOTAZIONE”, quasi elabora la nozione di riferimento all’oggetto puro e, a tal proposito, distingue il riferimento all’oggetto (il pensare un oggetto) e la predicazione (l’attribuire all’oggetto un predicato).
La copula e la sostanza
L’unità delle impressioni è data dal giudizio e Peirce sul tema del giudizio presenta la tesi per cui la copula “è” può significare sia “è effettivamente”, sia il condizionale “sarebbe”. Peirce applica tale ipotesi dicendo che nella proposizione “Non c’è alcun grifone”, “è” significa “è effettivamente”, mentre nella proposizione “Il grifone è un quadrupede alato”, “è” significa “sarebbe (se ci fosse)”. Egli aggiunge che la copula, oltre ad unire S e P, li distingue (ne scioglie l’indistinzione), mentre l’essere (inteso come copula ?) implicherebbe una determinabilità indefinita del predicato. Egli continua dicendo che quando si conoscono solo copula e predicato di una proposizione ( ad es. “...è un uomo con la coda”), si può dire che il predicato è qualcosa di supponibile (qui forse egli intuisce quello che sarà il concetto fregeano di “Funzione”). Peirce aggiunge poi che proposizioni come “Vi è una bella ellisse” hanno un soggetto del tutto indefinito, un qualcosa di attuale o potenziale. E poi dice che non abbiamo proposizioni il cui predicato sia del tutto indeterminato poiché non avrebbe senso dire “A ha i caratteri comuni di tutte le cose”, dal momento che non vi sono tali caratteri comuni. “Sostanza” ed “essere” per Peirce sono principio e fine di ogni concetto che riduce ad unità le impressioni. La Sostanza non può svolgere il ruolo di Predicato e analogamente l’Essere non può svolgere il ruolo di Soggetto.
Discriminazione, prescissione e dissociazione
Peirce vuole distinguere, per disegnare i rapporti tra vari concetti, tre :
Guardando il rapporto tra spazio e colore, Peirce dice che la prescissione non è un processo reciproco e simmetrico : posso cioè prescindere lo spazio dal colore, ma non il colore dallo spazio. Inoltre Peirce pur condividendo il presupposto empirista per cui i concetti elementari sorgono attraverso l’esperienza, crede che il concetto possa essere prescisso dall’esperienza.
I concetti, l’esperienza e la mediazione
I data elementari non possono essere supposti senza il concetto (qui c’è una convergenza con Hegel), mentre il concetto può essere supposto senza questi data (ciò accade quando è concetto di un concetto? E può esserci concetto senza contenuto intuitivo?). Peirce vuole kantianamente studiare i concetti da inferenze a partire dai dati oggettivi, senza la diretta introspezione (ma perché la visione diretta dei concetti dovrebbe essere introspettiva ?), la cui possibilità è da lui negata (comportamentismo). Peirce poi cerca concetti intermedi tra la Sostanza che sussume le impressioni e l’Essere che completa l’operazione dei concetti e che ha solo una funzione predicativa, unendo cioè la Sostanza alla Qualità. Da ciò Peirce deduce che la Qualità è il primo concetto intermedio nel passaggio dall’Essere alla Sostanza. Peirce poi dice che nella proposizione “Questa stufa è nera”, “Questa stufa” è il concetto più immediato, mentre “nera” è il concetto più mediato. La proposizione sancisce l’applicazione del concetto più mediato al concetto più immediato. Ma, aggiunge Peirce, per poter asserire che il concetto più mediato si applica all’altro concetto più immediato, bisogna considerare il concetto mediato in maniera immediata, cioè in sé. Da ciò ne viene che la Qualità non si dà solo nell’impressione, ma va considerata per sé stessa (in maniera astratta). Peirce aggiunge che l’espressione “La stufa è nera” è lo stesso che “V’è nerezza in questa stufa”. E argomenta tale equivalenza in questo modo : questi due concetti si applicano indifferentemente agli stessi fatti e, se fossero differenti, uno sarebbe pleonastico. Ma i concetti superflui sono una funzione arbitraria ed i concetti elementari non sorgono ad arbitrio, ma in base all’esperienza.
La Qualità e l’astrazione
Peirce poi dice che il concetto di astrazione pura è indispensabile anche perché non possiamo comprendere una relazione tra due cose, se non come relazione in qualche rispetto (ad un certo livello) e tale dimensione è appunto un’astrazione. Peirce continua dicendo che l’astrazione pura di questo tipo, il riferimento alla quale costituisce una Qualità, può essere chiamato Ground. Dunque l’astrazione per Peirce è una sorta di “sub specie”, di “riguardo relativamente a...” una prospettiva parziale da cui guardare le cose che consegue da una relazione tra il soggetto e l’oggetto. Peirce poi dice che il riferimento ad una base (cioè la Qualità) non può essere prescisso dall’Essere (cioè dalla predicazione), mentre l’Essere può a sua volta essere prescisso da tale riferimento. Peirce poi dice che possiamo conoscere una Qualità solo per contrasto (Anassagora) o similarità (Empedocle) : l’entità cui si riferisce, per contrasto o similarità, è un correlato che non si può prescindere dalla Qualità.
La Comparazione, la Relazione e l’Interpretante
Peirce poi aggiunge che la Comparazione sta alla Relazione, come la Relazione sta alla Qualità. E precisa che la Comparazione è il ricorso ad una rappresentazione mediatrice (es. l’assassinio) che rappresenta il relato (l’assassino) come rinviante ad un correlato (l’assassinato). La rappresentazione mediatrice è collegata sia con il relato che con il correlato. Un esempio fatto da Peirce è quello del rapporto che “homme” e “uomo” intrattengono con la stessa entità e di riflesso tra loro (lo schema visivo che rappresenta questo rapporto ternario potrebbe essere un triangolo rovesciato). Peirce chiama questa figura “Interpretante”, perchè svolge la funzione di interprete. Peirce dice che l’Interpretante è una rappresentazione mediatrice (uomo) che rappresenta il relato (homme) come una rappresentazione del correlato (l’oggetto reale) che la stessa rappresentazione mediatrice rappresenta. Peirce intende la rappresentazione in senso molto esteso e con questa scelta fonda la semiotica come disciplina onnicomprensiva. A suo parere il riferimento ad un Interpretante (relazione semiotica ?) non può essere prescisso da un riferimento ad un correlato (Relazione), mentre quest’ultimo si può prescindere dal primo.
Interpretante e gerarchia dei concetti
Peirce poi dice che la diversità delle impressioni rende necessaria la comparazione e la riduzione ad unità. Tale riduzione ad unità si ha attraverso un’organizzazione concettuale, con il riferimento ad un concetto che fa da loro Interpretante. Peirce fa una gerarchia quasi hegeliana dei concetti :
Peirce precisa che :
Peirce fa poi una distinzione parallela in cui a Essere correla cio-che-è, a Qualità correla il Quale (che si riferisce ad una base), a Relazione correla il Relato (che si riferisce a base e correlato), a Rappresentazione correla il Representamen (che si riferisce a base, correlato ed Interpretante) ed infine alla Sostanza correla l’Esso.
I riferimenti e la logica
Peirce poi distingue tra qualità intrinseche e qualità relative (imprescindibili cioè da un correlato). La Relazione corrispondente al primo caso è per accordo, mentre nel secondo caso si ha un’opposizione (complementare ?) che si giustappone in una corrispondenza di fatto. Peirce poi, sulla base di una ulteriore distinzione, tra
Opera una tripartizione tra :
Per Peirce riferimento ad una base, riferimento ad un oggetto e riferimento ad un interpretante sono concetti fondamentali della logica, la quale si può definire come la scienza di come i segni e le rappresentazioni si rapportano agli oggetti. Egli fonda una sorta di estensione semiotica della logica, dicendo giustamente che le regole della logica valgono per ogni simbolo, sia esso scritto, parlato o pensato. Infine Peirce distingue : A) Riferimento diretto ai propri oggetti (denotazione) B) Riferimento ai caratteri comuni (basi) dei propri oggetti (connotazione) C) Riferimento all’interpretante (ad un altro segno) e cioè a tutte le proposizioni sintetiche nelle quali i propri oggetti, assunti nella loro totalità, sono soggetto o predicato (informazione implicata nel simbolo). Da ciò Peirce deduce che estensione e comprensione (intensione) de simbolo sono inversamente proporzionali.
Segni e simboli
Peirce poi dice giustamente che i simboli sono relativi all’intelletto nella misura in cui le cose sono relative all’intelletto. Perciò la logica non ha a che vedere con il rapporto tra le cose e l’intelletto. I segni non hanno a che fare con l’intelletto, ma sono esterni ad esso e mantengono il loro carattere simbolico proprio perché hanno la potenzialità di essere condivisi. La logica per Peirce riguarda parallelamente i concetti dell’intelletto e i segni. Essa si occupa del riferimento dei simboli in generale ai loro oggetti. Egli distingue la logica in tre branche :
I simboli invece si suddividono in :
Proposizioni, argomenti ed ipotesi
Peirce commenta questo dicendo che in genere la proposizione viene considerata come una relazione tra due concetti o l’inclusione di un oggetto sotto un concetto. In realtà la proposizione asserisce che gli oggetti indicati dal soggetto sono connessi l’uno con l’altro sulla base del carattere (proprietà) indicato dal predicato. Peirce spiega che gli oggetti indicati dal soggetto sono sempre potenzialmente una pluralità (almeno di fasi o di apparenze) e qui sembra anticipare la tesi russelliana della cosa intesa come classe delle sue manifestazioni sensoriali (sense-data). Egli poi dice che in un argomento le premesse indicano l’Interpretante (o rappresentazione) dell’argomento come ciò che rappresenta l’argomento rappresentare il proprio oggetto. Perciò le premesse costituiscono una rappresentazione della conclusione. Nell’argomento deduttivo, secondo Peirce, la conclusione è rappresentata dalle premesse come da un segno generale che contiene la conclusione stessa. Nell’ipotesi invece premesse e conclusioni sono simili, somiglianti (ma non identiche ?), mentre nell’argomento deduttivo le premesse rappresentano la conclusione e e nel procedimento induttivo le premesse sono indici (segni convenzionali e non isomorfi) della conclusione.
L’interpretazione di Bonfantini e di Fabbrichesi Leo
Il testo piuttosto oscuro di Peirce viene interpretato da Bonfantini e dalla Fabbrichesi Leo come un tentativo di individuare le categorie che consentano di saturare una qualsiasi proposizione tramite il predicato. Per Peirce l’unità del concetto sarebbe l’unità della rappresentazione, unità interpretativa data da un Terzo (Interpretante) che dà consistenza al molteplice confuso delle impressioni sensibili. Così i modi dell’Essere sono modi del segno e tutte le cose possono essere segni (per cui la Logica sarebbe Semiotica). Ciò ha come conseguenza il rifiuto della possibilità di un pensiero precedente il giudizio. Per Peirce un predicato sarebbe espressivo di una qualità e va contrapposto tramite una relazione ad altro da sé : tale confronto presuppone una rappresentazione mediatrice. Per Peirce l’essere sarebbe la predicazione, mentre sostanza e proposizione sarebbero i termini e sono i poli del processo e delle categorie logiche. Nella copula viene unificata la molteplicità della Sostanza, sostanza che non è separabile dal predicato e dalla relazione che si instaura con il predicato.
I problemi del…Presente e l’empirismo
La prima considerazione da fare sulle tesi ora riassunte è che mentre nell’autopresentazione Peirce dichiara di aderire ad una metodologia di tipo empirista e sperimentale, nella costruzione immaginifica e controintuitiva che esibisce semplicemente con la tavola categoriale non mostra tutta questa prudenza. In primo luogo non si intende come evitare esiti cognitivamente negativi con l’applicazione delle categorie all’esperienza (né kantianamente si dice in maniera esplicita che l’applicazione delle categorie all’esperienza è un momento che costituisce la conoscenza umana del mondo). In secondo luogo Peirce a mio parere sbaglia ad identificare il “PRESENTE IN GENERALE” con la categoria di “Sostanza”, a meno che con “PRESENTE IN GENERALE” non si parli dell’Eternità. Mentre infatto il Presente è una categoria fenomenologia, quella di Sostanza è una categoria ontologica. Il presente di Peirce è affine alla prensione di Whitehead, all’asserzione di Frege, all’esistenza di Schelling, all’evento di Heidegger ed all’apparire di Severino. Molta della filosofia contemporanea sposta la sostanza (sub-stantia) da ciò che è più vecchio (archè) e sta sotto (upokeimenon)a ciò che ci è davanti, a ciò che è immanente allo stesso apparire. Ma questo deve essere il risultato di un processo dialettico interno all’ontologia e non un presupposto dell’argomentare. Peirce non si sposta dalla concezione gerarchica di Aristotele (la sostanza e poi gli accidenti) per cui alla fine c’è il qui ed ora (acriticamente accettato) e poi le astrazioni. Il presente non diventa un modo per abbattere le gerarchie ontologiche, ma semplicemente uno strumento per introdurne di nuove, altrettanto soffocanti.
L’Essere come copula e come esistenza
Con il doppio significato della copula, Peirce intende forse risolvere quello che sarà il problema di Meinong degli oggetti inesistenti (anche se in quest’ultimo caso non si tratta di oggetti che possono esistere e de facto non esistono). Peirce ha anche ragione a dire che qualsiasi altro giudizio si possa tradurre nella forma S/P (es. “Socrate corre” può diventare “Socrate è corrente”) preparando così il terreno ai paradossi logici evidenziati da Bradley e dall’Idealismo inglese, paradossi che hanno messo in crisi una concezione ontologicamente pluralista della realtà. Tuttavia Peirce considera l’ “essere” solo come predicato, mentre trascura la sua accezione come “esistenza” (mentre sarebbe preferibile legare il presente non tanto alla sostanza quanto all’Essere). In tal modo non si spiega come lo stesso Essere da semplice predicazione diventi sinolo di soggetto e predicato. Ed inoltre senza tematizzare l’accezione di “esistenza” si perde il rapporto tra la predicazione (concetto eminentemente logico) con il presente (categoria eminentemente fenomenologica), per cui la gerarchia che Peirce cerca di disegnare si trova ad avere evidenti lacune. E’ necessario invece trovare una sintesi filosofica tra concezione dell’Essere come esistenza e concezione dell’Essere come copula.
Soggetti e predicati indeterminati
Inoltre Peirce sbaglia a dire che in”Vi è una bella ellisse” il soggetto sia indeterminato. Cosa sarebbe, infatti, la bella ellisse ? E, ancora, da un punto di vista logico “Giulio è x” avrebbe la stessa cittadinanza di “x è intelligente” (per cui ha comunque un senso sia pure incompleto una proposizione con il predicato indeterminato), solo che il secondo esempio è più rilevante dal punto di vista epistemologico, dal momento che consideriamo un predicato essenziale per conoscere un oggetto, ma non consideriamo essenziale per conoscere un predicato studiare gli oggetti che lo concretizzano. Inoltre dire “Giulio è x” non vuol dire che Giulio ha i caratteri comuni di tutte le cose, ma al massimo che “Giulio ha una proprietà in comune con altri oggetti” Infine, contrariamente a quel che pensa Peirce, proprio l’Essere (l’esistere in un dato universo di discorso, l’essere possibile, il “sarebbe” di Peirce stesso) è la proprietà comune a tutte le cose (lungi questa dal non esistere). Da questo divieto limitativo, Peirce deduce che l’essere (inteso come predicato) non può essere soggetto, quando il metalinguaggio consente proprio questa operazione, nella quale si individua l’autonomia ad un certo livello ontologico dei predicati (le idee di Platone). Inoltre una sostanza (se esemplificata in una descrizione tipo “Il fratello di Carlo”) può essere benissimo un predicato (ad es. in “Giulio è il fratello di Carlo”)
Una distinzione interessante ma confusa
Anche la classificazione che Peirce fa delle operazioni di astrazione è piuttosto confusa. In primo luogo la discriminazione da un lato sembra riguardare solo il senso dei termini, dall’altro (dichiarando inseparabili spazio e colore) sembra attenere più all’apriori materiale. In secondo luogo la possibilità di rappresentarsi uno spazio incolore mette in questione anche la possibilità stessa della discriminazione (in che senso sarebbe impossibile separare spazio e colore ?). La dissociazione infine da un lato sembra essere un’operazione psicologica, dall’altro sembra coinvolgere (come la discriminazione) il significato dei termini. Proviamo ad esporre in maniera più rigorosa questa comunque interessante distinzione di Peirce ? Si potrebbe parlare (in maniera sommaria) di :
Una sostanza ambigua
Non si capisce poi come l’Essere (che è predicazione) possa precedere la qualità che si predica della sostanza, a meno che non si presupponga da parte di Peirce che le relazioni e gli Interi siano in un certo senso antecedenti alle parti che li costituiscano. Inoltre non si capisce perché (a meno che non si ammetta l’adesione di Peirce ad una sorta di dialettica) per applicare la qualità alla sostanza, bisogna prima pensare la qualità in sé (dal momento che applicare P ad S, presuppone che P sia concepibile in sé, ma questo non vale anche per S ?). A tal proposito Peirce dice che la concepibilità in sé del predicato è propedeutica alla contingenza della loro associazione. Ma come la Sostanza può essere una categoria ultima e sintetica, se la sua consistenza è contingente e determinata dall’associazione tra predicati ? E perché in altre parti Peirce, invece di procedere con l’associazione tra predicati, parla del rapporto S/P, che da una prospettiva humiana dovrebbe considerarsi pleonastico ? Peirce insomma oscilla con ambiguità tra l’atomismo logico ed una forma di olismo evoluzionistico. E da cosa si desume che “Questa stufa” in “La stufa è nera” è un concetto immediato ed elementare? Ed in che senso, logico o fenomenologico ? Infine due concetti per essere logicamente equivalenti debbono comunque essere tra loro distinti, altrimenti sarebbero lo stesso concetto. Perché dunque Peirce si intestardisce ad argomentare che i due concetti per potersi applicare agli stessi fatti debbono essere lo stesso ? Ed in che senso “lo stesso” ?
L’Interpretante ed il metalinguaggio
Cosa, dall’esempio fatto dell’assassinio, distingue una relazione da una comparazione ? Come si mette in relazione l’Interpretante con l’unificazione delle impressioni ? Quella dell’Interpretante è comunque una grande intuizione filosofica che evidenzia come il metalinguaggio sia sempre e comunque un parlare della Realtà e del Mondo, proprio perché Realtà e Linguaggio hanno una relazione profonda e non facile da analizzare. Il termine “Uomo” può riferirsi sia all’oggetto, sia al termine “Homme” che esso traduce. E il carattere illimitato della seriosi non è altro che il correlato temporale ed operativo dell’Infinità della gerarchia dei linguaggi. Tale Infinità ha un aspetto riflessivo ed intersoggettivo nello Spirito hegeliano, ma anche in Peirce e nella comunità illimitata della comunicazione di Apel. Per Peirce poi la connessione logica riguarda sia la Mente che la Materia, ma per quanto riguarda la Materia egli si riferisce ai segni, per cui è controverso ipotizzare che la logica si apllichi alla Realtà e non più semplicemente si riverberi nel linguaggio.
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