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Pensare e dare i numeri |
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Quali sono le considerazioni che vanno fatte alla fine di questo lungo percorso sulla storia delle cifre? La prima è che lo
sviluppo dei sistemi di numerazione può ben essere ricostruito in
maniera lineare e razionale:
Quali sono invece le considerazioni di tipo storico e metodologico che possono derivare da tale excursus?
Quanto agli stimoli filosofici che ci possono essere forniti da questa genealogia dei sistemi numerici, essi potrebbero essere persino troppi. Il primo comunque è quello legato alla natura specifica della conoscenza matematica, analitica per il Logicismo ed il Neopositivismo, sintetica a priori per il Kantismo, addirittura empirica per alcuni filosofi contemporanei. Il caso dell’indigeno descritto da Galton farebbe pensare all’identità rischiosa, per niente pacifica tra 2p (2 capre) e 4s (4 stecche di sigarette), pur dopo aver considerato acquisita l’equivalenza tra 1p e 2s. La natura “analitica” della conoscenza matematica sarebbe allora una concezione successiva, funzionale al metodo assiomatico di organizzazione della conoscenza, e conseguente ad un’istanza monistica, tesa a stemperare con una sorta di paracadute emozionale ogni trauma legato al cambiamento ed all’acquisizione conoscitiva. Il secondo nucleo
tematico è quello legato allo statuto ontologico dei numeri:
nonostante le apparenza soggettivistiche e costruttivistiche della
storia delle cifre, quest’ultima riguarderebbe la rappresentazione
dei numeri e non la loro struttura profonda. Inoltre il sistema di
numerazione posizionale con lo zero sembrerebbe aver reso autonomo
l’universo dei numeri da ogni vincolo empirico, inverando in questo
modo il platonismo matematico: Il passaggio dall’abaco alla notazione
posizionale trasforma le operazioni da atti in segni scritti,
sostantivizzandoli e sostantivizzando le relazioni sottese alle
operazioni stesse, relazioni che diventano entità. i segni delle quantità ed i segni delle operazioni sono sullo stesso piano e tutti sono soggetti ad operazioni ancora più astratte. L’astrazione ricorsiva (il cui propellente è l’immaginazione) evidenzia nuovi livelli ontologici La matematica si trova a parlare di se stessa, contrariamente alla tesi hegeliana circa la sua natura irriflessiva. Probabilmente la natura complessa del numero sarebbe uno dei tanti esempi in cui la dicotomia soggetto/oggetto in campo epistemologico mostra la propria sterile schematicità. E forse non è un caso che essa fosse presa spesso ad esempio dai Neopositivisti (soprattutto Carnap) della “insensatezza” della metafisica. Il terzo spunto è legato al rapporto segnico tra la cifra ed il numero, che rinvia a sua volta al rapporto misterioso e metafisico tra segno e significato (“se tu sai che ‘quella’ è una mano, ti concediamo tutto il resto”, diceva Wittgenstein) Questo rapporto è stato prima legato al mimetismo naturalistico o all’isomorfismo ingenuo; poi si è formalizzato nel convenzionalismo (scrittura ieratica, sistema alfabetico greco-ebraico, cifre indiane): quest’ultimo non nega il realismo mimetico, ma lo sussume come già dato per concedersi liberamente alla stilizzazione del segno. Infine con lo zero realismo e convenzionalismo sono superati da un realismo quasi magico, dove il Segno diventa la Realtà più profonda di ciò che è (forse non è un caso che lo Zero sia assimilato al Matto dei Tarocchi ed all’Uroboros alchemico). Con la numerazione posizionale infatti ogni combinazione di cifre è un numero, cosa che equivale a supporre che ad ogni combinazione di lettere dell’alfabeto corrisponda un significato. Con lo zero, i numeri si trovano ad avere una regione ideale a loro misura, dove assume uno statuto ontologico positivo qualsiasi entità che si possa collegare in qualche modo con quelle precedentemente riconosciute: i numeri irrazionali sono subito arruolati dagli Indiani assieme ai numeri negativi (le frazioni semplici che pure stentavano ad avere cittadinanza non avranno più alcun problema); dopo alcuni secoli sarà il turno dei numeri immaginari (Bhaskara li evitava solo per ragioni di convenienza: “Il popolo li disapprova!” così si scusava) e così via. Presto sarà possibile un sistema unificato di pesi e misure a base decimale. I numeri si contraggono in simboli, più manipolabili ed al tempo stesso più misteriosi; si passa dalla rappresentazione geometrica all’espressione algebrica dove è cosa ovvia collegare un’area, una lunghezza ed una costante e dove x4 è una quantità che non si ritrova in alcuna dimensione percepibile. E’ questo il passaggio che Hegel indicherà come quello dalla rappresentazione al Concetto (che, sarà un gioco di parole, corrisponde tradotto nel tedesco Begriff allo zero/purna indiano) Presso gli Indiani lo stesso termine (Sunya) indica sia lo Zero sia l’Incognita algebrica (L’aoristos greco e cioè il massimamente invisibile), senza contare il fatto che lo Zero indiano è indicato sia da termini come Ananta (Infinito, Indeterminato) sia da termini come Purna (Intero, Perfezione). Da questa interrelazione di termini si può legittimamente inferire una serie di assunzioni ontologiche che più avanti si cercherà di esplicitare. Certo dal “Vuoto” indiano scaturiscono associazioni imprevedibili, esenti probabilmente dall’obbligo di coerenza, terreno ideale per le libere associazioni che danno luogo alla creatività delle ipotesi. Le immagini e le idee possono esistere con una forma ed un significato ben definibili in una particolare scienza ed al tempo stesso possono essere continuamente sviluppate e reinventate da artisti operanti con scopi e visioni differenti. Lo zero in un certo
senso inaugura un’epoca in cui “essere” è “essere il
valore di una variabile vincolata”. Qui però si vogliono aggiungere delle ipotesi ontologiche magari azzardate che ricomprendano queste tre prospettive: con il sistema posizionale infatti, come si è già detto, basta aggiungere un segno per aumentare il numero di un ordine. Ma la progressiva
astrazione del numero la distinzione tra
ordinali e cardinali consentono di fare altre operazioni: sono possibili più
serie numeriche, tutte illimitate, che si sovrappongono e
“slittano” le une sulle altre; è possibile
costruire serie illimitate con illimitate regole di costituzione, a
tal punto che risulta impossibile dedurre da una serie numerica la sua
propria regola di costituzione (il famoso paradosso di Kripkenstein) è possibile riportare tutte queste serie a quella ordinale dei numeri naturali ed è dunque possibile in una serie come 1,3,5,7... che la seconda cifra sia 3 C’è inoltre in ogni serie numerica il mistero metafisico (che viene psicologisticamente spiegato) della conversione della successione in simultaneità, per cui arrivati ad un membro della serie (che sarebbe inspiegabilmente “l’ultimo”! E di che ?) noi abbiamo dinanzi a noi la serie intera (“sono sette!”), per cui viene da pensare che ogni numero presuppone tutti gli altri (o quanto meno quelli precedenti) come fondamento della propria essenza. Tale problematicità di un processo ritenuto semplice ed ovvio si può evidenziare ripercorrendo un tratto della storia sin qui narrata: nella notazione ad intaglio all’inizio i segni non erano comprensivi (ad ogni tacca corrispondeva cioè un solo elemento) e perciò 5 era così raffigurato IIIIV poi la notazione
divenne comprensiva per cui si scriveva I II III IIII V, ma ciò
portava alla possibilità di un iper-computo esponenziale, per cui fu
necessario che direttamente V stesse per 5. Ma ciò implicava che
un (1) segno stesse per un quintetto (IIIII) e cioè per 5 cose.
Dunque questo presupponeva una paradossale “unità della molteplicità”. Queste possibilità,
così apparentemente ovvie, fanno pensare anche al fatto che la prima
cifra del sistema indo-arabo sia zero, cosa che consentiva ad uno
dei calendari maya di continuare idealmente in maniera illimitata, quasi
come la serie di numeri esplicita fosse incalzata come un’ombra
dalla serie ordinale, che la anticipa sempre di nuovo come un
orizzonte che non si riesce assolutamente a rimuovere dallo sguardo,
per quanto si possa correre. L’illimitatezza numerica La sua natura molteplice e pluri-prospettica L’esistenza dello zero conducono ad una conclusione quasi assurda, che potrebbe spiegare però la natura magica e feconda della operazioni aritmetiche (tipo 5+1=6). L’ipotesi è questa: I numeri sono tra loro caratterizzati da un rapporto dialettico di identità-differenza ad un tempo per cui nelle tre serie di 5 unità, di 1 unità e di 6 unità (5+1=6) in qualche senso 1=6 (tant’è che nel linguaggio Api delle Nuove Ebridi 6 è “nuovo uno”). Tale esito vertiginoso sembra supportato anche da un particolare tipo di operazione che con la sortita della “numero nullo” fu quasi subito intrapresa e cioè la divisione per zero. Tale operazione fu tentata dai matematici indiani con risultati sempre diversi: per Brahmagupta x/0=0, per Mahavira x/0=x, per Bhaskara x/0=Infinito o meglio khahara che sembra significare “lo zero che distrugge” nel senso che forse esso non cambia quale che sia il numero che gli si associa (Bhaskara per questo lo assimila a Brahma per la sua inalterabilità) Questa formula sembra appunto implicare l’identità di tutti i numeri tra loro. Infatti Se 6x0=0 e 17x0=0 Allora 6x0=17x0 E dunque 6x0/0=17x0/0 e semplificando 6=17 Per questa possibile conseguenza x/0 è da molti matematici assimilato ad un non-senso. Ma questa non è l’unica conclusione possibile: Euler utilizzò tale numero (se così si può chiamare) nella sua interpretazione del calcolo infinitesimale. Perciò esso può svolgere almeno una funzione euristica e dunque l’identità dei numeri fra loro è una tesi metafisica che paradossalmente può avere ancora uno spazio, per quanto assurdo e contraddittorio esso possa essere.
Un percorso concettuale di questo genere è stato accompagnato si ad Oriente che ad Occidente da ontologie dell’Infinito, dell’Identità e della Contraddizione. Vale la pena abbozzare una cronologia: ·
Nagarjouna nel II sec d.C. prende le mosse dalla
filosofia della Sunyata, secondo la quale il Vuoto è
pur esso Forma (corrispettivo filosofico dello zero come numero).
Nel I sec. d.C. in una biografia del Buddha (il Lalithavishtara) viene
toccato l’argomento dei grandi numeri. La Scuola Madhyamika di
Nagarjouna tematizza il Catuskoti (le quattro
alternative) dove viene relativizzato sia il principio di
non-contraddizione che quello del Terzo escluso. · Tra i primi secoli a.C. e i primi secoli d.C. la filosofia Jaina tematizza la pluralità di Infiniti. Essa poi teorizza le “sette possibilità” (Syadvada), tra le quali c’è quella per cui una cosa può al tempo stesso essere e non essere. ·
Plotino nel III sec d.C., pur non parlando dello
Zero, tematizza L’Uno che ha molte caratteristiche comuni con
il Sunya buddhista (non è “qualcosa”, nè qualità, nè
quantità, né Spirito, né anima etc.), mentre il Nous che
dall’Uno procede è “tutto in tutto” · Nel IV secolo d.C. viene compilato l’Avatamsaka sutra, testo buddhista dove viene asserito il “tutto in tutto” · Chih-Yen (602-668 d.C.) buddhista cinese, afferma l’identità dei diversi numeri fra loro · Fa-Tsang (VII sec.) buddhista cinese teorizza la presenza in un pelo di infinite entità · Pseudo-Dionigi Areopagita nel V sec d.C. teorizza un Dio che è al di là di tutte le determinazioni. · Nel IX sec. d.C. Fredegiso di Tours asserisce che il Nulla in qualche modo esista. · Scoto Eriugena nel IX sec. d.C. teorizza Dio come Super-Essere che va oltre l’essere e il non-essere, e che è “tutto in tutto” · Mahavira, matematico jaina, mette in relazione lo zero con il syadvada jainista. · Bhaskara,(IX-X esc.d.C.) asserisce ad un tempo l’identità e la differenza tra Essere e mondo. · Bhaskara (XII sec.), matematico indiano, afferma che x/0 è la quantità infinita ed è come il Brahman · Eckhart, mistico renano del XIV secolo, afferma la nullità di tutte le creature ed al tempo stesso la loro comunanza profonda con Dio · Nicola Cusano nel XV sec. teorizza la Coincidentia Oppositorum nell’Infinito · GiordanoBruno nel XVI sec. proclama la positività in senso cosmologico dell’Infinito. L’ingresso dell’Infinito in senso positivo e naturalistico e della Contraddizione come essenza della Realtà è quindi un processo che ha interessato Oriente ed Occidente ad un tempo e che forse non è indifferente all’evoluzione dei sistemi di numerazione. Quello che si
ipotizza in questa sede è che questa ontologia possa ancora servire
oggi, dal momento che si sente l’esigenza di comporre le istanze
pluralistiche del Relativismo e quelle oggettivistiche del
Trascendentalismo e di evidenziare i presupposti che permettono il
dialogo e la coesistenza tra diverse culture. |
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