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Per una riforma del linguaggio scientifico |
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Mai come in questo momento storico, il problema legato alla produzione ed alla circolazione del sapere è attuale ed urgente. Basti fare qualche esempio : in molte aziende siano esse di beni o di servizi, pubbliche o private, gli esuberi e la loro quantificazione sono oggetto di decisione e di valutazione di fantomatiche società di consulenza i cui metodi e la correlata applicazione di questi ultimi sono privi di qualsiasi concreto riscontro anche per chi subirà sulla propria carne le conseguenze di tali decisioni : come in una cerimonia vudù, lo stregone della Mc Kinsey sentenzierà che ci sono degli appestati che devono essere esclusi. Altro esempio : Molti malati di cancro stanno giustamente manifestando per rendere meno onerose le spese per chi si sottopone alla c.d. “cura Di Bella”. Essi però combattono l’autorità impersonale e burocratica delle accademie riconosciute attraverso il carisma personale di un ricercatore discusso e discutibile. Quale sia comunque la scelta che fanno essi sanno poco sul merito della questione nella quale si contrappongono Di Bella e l’establishment accademico e dunque si muovono senza sapere se stanno sposando la causa giusta o se sono strumentalizzati da millantatori. Si possono fare mille altri esempi che possono mostrarci come questioni che ci toccano e ci toccheranno da vicino, ci trovano angosciati e lenti nelle risposte proprio perché ci mancano le conoscenze sufficienti per immaginarne almeno una. Abbiamo il diritto di voto, di associazione, di parola, la libertà di pensiero e tuttavia questi diritti non possono sostanziarsi in uno o più metodi di ricerca e di elaborazione teorica e strategica che ci consentano di affrontare i problemi con cui siamo chiamati a confrontarci, data la massa di dati ed immagini che in maniera confusa e capziosa i mass-media ci elargiscono ogni giorno. Questa asimmetria, questo sfalsamento tra i nostri diritti/doveri e la nostra capacità concreta di esercitarli ha radici lontane, nel tipo di sapere che ha dominato gli ultimi secoli, che ha portato tante conseguenze positive ma che al tempo stesso ha imposto ai processi storici e sociali una scala ed una velocità tali da far perdere ogni possibilità di controllo e di verifica ai singoli individui ed anche a quelle comunità, a quelle associazioni in cui essere inseriti e partecipare ha un senso immediato e riconoscibile. Questo sapere a cui si fa riferimento, lo si potrebbe definire sapere scientifico-matematico : esso già agli inizi del nostro secolo fu sottoposto ad una critica spietata per la sua astrattezza e per la sua assoluta separazione dal livello di esperienza sensibile ed emozionale a cui siamo più abituati nel corso della nostra vita. Il fatto che questo movimento di critica della scienza sia stato in alcuni suoi rappresentanti coinvolto in quei processi di mobilitazione delle masse che hanno portato anche a guerre mondiali, a genocidi a forti violazioni dei diritti individuali e collettivi, non ci esime dal valutare esatta la diagnosi e letale la separazione tra l’ambito teorico e quello sensitivo-emozionale tra il linguaggio scritto e quello visivo o sonoro, tra le formule e le immagini, tra le qualità primarie e le qualità secondarie. Una separazione non sintetizzabile solo nella questione del rapporto tra le “due culture”, ma che si riverbera nella chiusura reciproca tra gerghi specialistici ed in quella complessiva tra il linguaggio specialistico e quello “naturale” storicamente in uso ed in continua evoluzione del c.d. “senso comune”. Molti pensano che questo problema si riduca a quello di una buona divulgazione (e si fa spesso l’esempio dell’Inghilterra). Ma la questione è più complessa : la buona divulgazione può operare una traduzione mirabile dal linguaggio specialistico a quello del senso comune, ma non consente l’interlocuzione, rimane una trasmissione a senso unico tra chi sa e non sa, dove il secondo termine non può ulteriormente elaborare sapere a partire da quello che gli è stato trasmesso. Inoltre la divulgazione presuppone l’esistenza di un sapere già compiuto che deve essere solo comunicato, cosa che invece a nostro parere va riconsiderata, come vedremo adesso. Il problema dunque è quello di effettuare traduzioni e/o di creare linguaggi che consentano un’elaborazione diffusa di saperi, una decodificazione dei gerghi scientifici in linguaggi più simili a quello materno, in modo da allargare l’ambito di coloro che possano modulare le conoscenze in maniera da adattarle ai contesti sempre più turbolenti della vita quotidiana ed agli ambiti sempre più complessi in cui si esercitano i nostri diritti di cittadinanza. Per fare questo bisogna adottare un presupposto metodologico che in Italia (negli Usa c’è Dewey ma sino a che punto è stato veramente compreso ?) è stato formulato in maniera più esplicita da culture quali il neo-idealismo, che hanno paradossalmente svolto per certi versi una funzione frenante nella nostra cultura : il presupposto metodologico di cui parliamo è quello per cui la comunicazione e la veicolazione dei saperi è parte costitutiva di quegli stessi saperi, per cui un sapere che non si comunica nel linguaggio storicamente e contingentemente dato non è vero sapere. Questo assunto non è senza conseguenze : proprio le scienze c.d. “hard”, quelle con più alto grado di “certezza” e con “magiche” applicazioni tecnologiche sarebbero maggiormente messe in questione. Né si può dire che la tecnologia sia una prova della verità della scienza, se non se ne rende chiaro il rapporto e si dia la possibilità anche alle popolazioni del c.d. ”Terzo Mondo” di elaborare saperi che tengano conto della scienza e della tecnologia, ai loro contesti materiali e culturali : questo non si è mai fatto (alcune forme di ecologismo stanno abbozzando un approccio in tal senso di ibridazione culturale) e proprio in virtù di questa storica omissione abbiamo avuto forme di coesistenza irrazionale tra saperi scientifici e principi ideologici e religiosi spesso intolleranti (si pensi al nazismo, ma anche al fondamentalismo islamico dove le scienze sono utilizzate coerentemente alla separazione dei saperi in nome di fini che noi definiamo “barbari”. La chiusura linguistica della scienza la rende una merce buona per tutti gli usi : basta pagare lautamente chi la sa per costruire tutte le armi che si vuole ; chi la sa può non conoscerne l’uso, chi paga può tranquillamente dire che la scienza è frutto del demonio e ignorarla. Ma, tra chi sa e chi paga, c’è troppa gente che subisce, vittima dei poteri e dei saperi. E’ necessario perciò operare quella decodificazione di cui abbiamo parlato, perché poi le decisioni si prendano insieme, senza delegare a nessuno la nostra vita. Ma chi può dare il via a questo processo ? E quali sono le operazioni concrete, i modi con cui iniziare la realizzazione di tale programma ? Gli operatori possono ben essere tutti quelli che sono impegnati nella comunicazione del sapere : insegnanti, operatori culturali, sociali e massmediologici, educatori di comunità, genitori, giornalisti, artisti, i quali devono passare dalla oscillazione tra falsificazione mercatistica dei saperi e divulgazione sterile alla costituzione di un sapere che nella comunicazione si realizza compiutamente. Quanto al mezzo riteniamo che la cassetta degli strumenti sia quella tradizione a volte reietta che ha nome FILOSOFIA.
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