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Qui ci manca uno zero |
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La scrittura
ieratica egizia La scrittura geroglifica egizia attribuiva cifre specifiche ad 1, a 10 ed alle potenze di 10, e poi le ripeteva tante volte quanto era necessario. 1-10-100-1000-10.000-100.000-1.000.000 etc. Gli egizi dunque avevano come punto di riferimento gli ordini numerici: Simbolizzando gli
ordini in diversi modi (girino, spirale etc.) essi non avevano
bisogno dello zero ma dovevano ripetere i simboli dei vari ordini fino
a 9 volte ciascuno. Ad es. 9.999.999 (7 segni nella nostra notazione) esigeva fino a 63 grafismi Nella moderna notazione numerica il riferimento invece sono le cifre da 0 a 9 e le posizioni. Dunque il fare a meno dello “0” costringe ad utilizzare simboli diversi per le diverse potenze (ordini) o quanto meno a porsi il problema dello spazio vuoto, cioè di come denotare la vuotezza di un certo ordine, di un certo livello numerico (come ad es. nel numero 101). Sull’abaco era possibile uno spazio vuoto; nella scrittura invece è tutto più ambiguo (quanto deve essere largo uno spazio vuoto? Quanto è riproducibile in una sequenza senza fare confusione? Gli Antichi avevano forse i nostri quaderni a quadretti o le barre spaziatrici di una tastiera?). Per risparmiare tempo gli Egizi elaborarono la scrittura ieratica e cioè un sistema, comunque additivo, di segni stilizzati al massimo con piccoli tocchi rapidi o una sola pennellata. La stilizzazione comporta il fatto che i segni siano avulsi da ogni intuizione visiva diretta ed eseguibili senza staccare il pennello: i particolari
figurati sono meno numerosi i contorni sono
ridotti all’essenziale la somiglianza con
i prototipi sempre più vaga la possibilità di
morfismi sempre più alta In questo modo si perde il rapporto con la rappresentazione Tale notazione ieratica (con la numerazione decimale e le cifre per i numeri da 1 a 9 e per le potenze di 10) era già utilizzata nel papiro di Ahmes; inizialmente essa era la stilizzazione degli ordini numerici geroglifici più l’accorpamento sempre stilizzato delle molteplicità interne ad ogni ordine numerico. Alla fine nel suo pieno sviluppo tale notazione contava 9 segni per unità semplici 9 segni per le decine 9 segni per le centinaia 9 segni per le migliaia 36 segni (difficili da ricordare) invece dei 7-8 geroglifici invece dei 10 segni nostri Ma che consentivano di scrivere (in ordine inverso) 3577 con 4 cifre ( 7-70-500-3000) invece che in 22 come nel geroglifico ( 7x1-7x10-5x100-3x1000). Notazioni numeriche alfabetiche Anche gli scribi israelitici ed i matematici greci si dotarono di notazioni numeriche equivalenti allo ieratico egizio, ma utilizzarono le lettere (in ordine consecutivo) dei rispettivi alfabeti. L’alfabeto fu l’ultimo perfezionamento della scrittura adattabile ad ogni inflessione di ogni lingua articolata e dava la possibilità di scrivere tutte le parole con un piccolo numero di segni fonetici (lettere). Esso fu opera dei Fenici, commercianti spinti da un bisogno comprensibile di concisione. Il commercio diede diffusione al loro sistema: sulle coste mediterranee (Greco, Latino, Etrusco) a sud ( Moabiti, Ebrei, Nabatei ) a est ( Aramei, Siria, Persia, India) Ci fu dunque un tentativo di sovrapporre ordine alfabetico ed ordine numerico. Ebrei usarono numerazione alfabetica Per le date del calendario Per i paragrafi dell’Antico Testamento Per le pagine delle opere scritte
Ebraico 352= beth+nun+sin (2+50+300) C’era un tabù sui numeri 15 e 16 Infatti essi non erano raffigurati tramite yod+he (10+5) e yod+waw (10+6) Questo perché yod+he+waw+he (JHWH) era il nome di Dio, che era pregno di energia e quindi tabù. Per 15 e 16 si utilizzavano Waw+teth (6+9) e zain+teth (7+9) Questo fu uno dei primi esempi di operazione casuale non costituita sulle basi numeriche solite. Per distinguere i numeri dalle lettere, si metteva sulla lettera che significava il numero un piccolo puntino o un apostrofo, oppure una linea su gruppi di lettere o un doppio apostrofo a sinistra della lettera (virgolette?) Inoltre per i numeri da 400 in poi si combinava Tav (400) con centinaia già note. Oppure Si utilizzava, come faceva la Kabbalah, Kaf (20) Mem (40) Nun (50) Pe (80) Sade (90) con al termine un particolare modificato. Per le migliaia si mettevano su ogni lettera due punti (x1000) fino a 999.999. I Greci invece nel IV-V sec. a.C. presero le 24 lettere dell’alfabeto a cui aggiunsero Digamma, San e Koppa (origine fenicia) e dunque costituirono 27 segni (3x9) 9 per le unità 9 per le decine 9 per le centinaia Questo sistema sostituì progressivamente quello acrofonico erodiano di cui abbiamo già parlato precedentemente. Es. 645= ΧΜΕ (600+40+5) Il principio è
sempre additivo e non posizionale. Infatti mentre in 645 il simbolo 6 sarebbe lo stesso anche se cambiasse di posto con il 4 (465) Nella notazione greca da Χ si trasformerebbe in Ξ (ΤΞΕ) perché non sarebbe più 600 ma 60, differenza che nel sistema posizionale non ha conseguenze grafiche. Per distinguere le lettere dalle cifre, queste ultime sono rappresentate con un tratto orizzontale soprastante. Da 1000 a 9000 sono usate le lettere significanti da 1 a 9 aggiungendo un apostrofo a sinistra (Boyer interpreta generosamente questo metodo come un inizio di posizionalità) Questa consuetudine fu anch’essa mutuata probabilmente dallo ieratico egizio. E’ bene ricordare che l’influenza della matematica egizia su quella greca riguardò oltre la notazione numerica anche l’elaborazione di progressioni geometriche con frazioni unitarie sempre più piccole che forse ispirarono i famosi paradossi di Zenone. Ebrei hanno influenzato Greci o viceversa? Sarà il caso di
precisare prima che l’antenato comune è sicuramente la scrittura
ieratica egizia. 311-310 a.C. papiro greco di Elefantina. 286-246 a.C. monete di Tolomeo II Filadelfo 78 a.C. monete della dinastia asmonea in Israele. Nel contempo alcuni hanno notato che numerosi brani dell’Antico Testamento indicano che i loro estensori erano versati nell’arte di cifrare le parole per mezzo dei valori numerici delle lettere ebraiche. A questo punto o l’utilizzo dei numeri con le lettere più antico risale all’ VIII-VI secolo a.C. o i testi biblici sono meno antichi di quanto si pensasse. Comunque è indubitabile la comune ascendenza egizia. La numerazione alfabetica greco-ebraica ebbe nel Mediterraneo orientale il ruolo che la numerazione latina ebbe nel Mediterraneo Occidentale. Tale numerazione ha comportato un valore numerico per ogni parola o gruppo di parole. Poi ha incoraggiato quella pratica poetica, mistica e religiosa che viene chiamata isopsefìa presso gli Gnostici greci e ghematrìa presso i Cabalisti ebraici. Anche se il collegamento tra scrittura e notazione numerica è molto più antico:
Nel I sec. d.C. il poeta Leonida di Alessandria versifica distici ed epigrammi isopsefi (nel distico la somma dei valori del primo verso doveva essere uguale alla somma dei valori del secondo verso). Tale parallelismo
lettera/numero si ripercuote anche nelle somiglianze in diverse
lingue tra termini quali “conta, contare” e termini come
“racconto, raccontare” Italiano Contare Raccontare Tedesco
Zahlen
Erzahlen Francese Conter Conter Ebraico Saphor Saper Cinese Shu Xushu
Presso gli Arabi invece erano diffusi i cronogrammi per fare commemorazioni. Es. Anno del distacco di Ahmed ibn Ali ibn Abdallah, eroe del Nord-Ovest marocchino dal potere alawita = 1335. 1335 diventa 94+331+90+761+59 e cioè “Maometto salva il mondo dalla miscredenza”. Si sviluppa in tal modo la numerologia, metodo di interpretazione /previsione/speculazione magica. Esempi:
Gli alfabeti
cifrati furono anche conseguenza di questa pratica. La numerazione alfabetica risolse in parte il problema delle cifre. Ad es. 768 si poteva scrivere in 3 cifre piuttosto che in 21 rimanendo fermi però ad un principio additivo che limitava le possibilità della numerazione scritta. Numerazione cinese I Cinesi invece utilizzavano 13 segni, usati a partire dal III sec. a.C. 1-2-3-4-5-6-7-8-9-10-100-1000-10000 1= - (yi)
9= מ
(jiu)
100= (bai)
2=
=
(er)
10= †
(shi)
1000= ‡
(qian) 3= @ (san) 20= Ü (vecchio simbolo) 10.000 = " (wan) 4= Ì (sì) 5=fi
(wu) 6=¥ (liù) 7=
Ł (qi) 8=
Л
(ba) I segni cinesi per i numeri non sono cifre, ma caratteri in lingua cinese Segni/parole che
esprimono sia un valore
ideografico sia un valore
fonetico dei nomi cinesi dei
numeri corrispondenti Essi sono rappresentazioni grafiche dei seguenti monosillabi cinesi yi er san sì wu liù qi ba jiu shi bai qian wan Segni numerici rappresentazione semplicissima a tutte lettere dei numeri corrispondenti Es. italiano: uno,due,tre,quattro,cinque etc. In cinese poi le cifre sono rappresentate in diversi modi ·
Grafia classica (o scrittura cinese moderna), il kaishu
(scrittura semplice codificata nel IV sec.d.C.), inserita nelle
opere letterarie, scientifiche ed a stampa. ·
Grafia più complicata, il guanzi (cifre
ufficiali), che si usa nei contratti e negli assegni. ·
Forma corsiva e concisa xing-shu (o caoshu)
che si usa nei manoscritti. ·
Ci sono poi i cosiddetti “numeri-bacchetta” o
“numeri-asta” per il lavoro matematico-scientifico, usati dal
II secolo a.C. Venivano usate bacchette rosse e nere che
rappresentavano numeri positivi e negativi (e per questo motivo la
matematica cinese è stata una delle prime ad elaborare motivi
algebrici e forse ad influenzare in questo l’India). Da questi
numeri-bacchetta è probabilmente derivata infine la scrittura segreta
crittografica (ganmazì nganmà) Nel sistema numerico cinese nel rappresentare i numeri da 11 a 19 si usava 10 ed a destra si mettevano i numeri che al 10 si dovevano addizionare (metodo additivo) Esempio † = 14 = (†) + ( ) Invece da 20 si sperimenta un metodo moltiplicativo (già usato in Mesopotamia ed Egitto) per cui 20 è 2x10: il moltiplicatore della base di riferimento si mette a sinistra (e non a destra come nelle procedure additive). Es. 20 diventa ( = †) che corrisponde a [(=) x (†)] e cioè 2x10. 21
invece diventa (= † −) che corrisponde a [(=) x (†)
+ (−)] e cioè 2x10+1
79.564 = qi wan jiu qian wu bai liù shi sì = (7x10.000)+(9x1000)+(5x100)+(6x10)+4 In questo modo Si evitavano le fastidiose ripetizioni di segni identici E l’uso di troppi simboli originari. Il principio moltiplicativo consentiva di arrivare sino a 999.999.999.999. 10.000=
yi wan = 1x10.000 100.000
= shì wan = 10x10.000 1.000.000=
yi bai wan = 1x100x10.000 10.000.000=
yi qian wan = 1x1000x10.000 100.000.000=
yi wan wan = 1x10.000x10.000
487.390.629 sì wan wan ba qian wan qi bai wan san shì wan jiu wan liù bai er shì jiu (4x10.000x10.000)+(8x1000x10.000)+(7x100x10.000)+(3x10x10.000)+(9x10.000)+(6x100)+(2x10)+9 (19 segni) Ma c’erano altri modi più economici ma più ambigui per esprimere ad es. lo stesso numero yi wan sì wan ba qian qi bai san shì jiu liù bai er shì jiu 10000 x [(4x10.000)+(8x1000)+(7x1009+(3x10)+9] + (6x100)+(3x10)+9 (16 segni) In pratica si può pensare che l’inizio di formule polinomiali sia collegabile all’esigenza di rappresentare i grandi numeri stessi. Questo però rendeva il sistema di notazione più macchinoso e incoraggiava la scoperta di soluzioni più semplici. Inoltre il calcolo era comunque demandato all’abaco e perciò appannaggio di pochi specialisti. Il sistema posizionale Le ragioni della superiorità del sistema
numerico che si è diffuso dall’India sono il principio posizionale
(che di per sé denota i diversi ordini numerici) e lo zero (che
colmava i vuoti in un sistema posizionale). Un sistema posizionale è
un naturale e sistematico sviluppo del sistema moltiplicativo in cui
viene usata una base fissa, spariscono come superflui determinativi e
moltiplicatori e dove il coefficiente è rappresentato dalla posizione
della cifra nell’intera rappresentazione numerica. Le altre notazioni dovevano dare ad ogni cifra un valore fisso a prescindere dalle posizioni. Noi no.. Nella numerazione cinese i segni per 7829 sono 7 mentre per noi sono 4. Nel nostro sistema sono soppressi gli indicatori delle potenze di 10 e le cifre delle unità prendono diverso valore a seconda delle posizioni (mix ideale tra il numero di cifre e la necessità di iterazione delle stesse). In questo modo il linguaggio scritto comunica una fitta rete di concetti mediante semplice permutazione di pochi simboli. Se si usano invece i numeri romani non c’è una notazione che abbia efficacia algoritmica (non è possibile cioè fare operazioni se non ricorrendo ad un supporto esterno, tipo l’abaco). Il sistema posizionale invece consente una comoda esecuzione di operazioni aritmetiche: si mettono i numeri da sommare uno sotto l’altro li si può addizionare colonna per colonna riportando i totali eccedenti il 10 nella colonna a fianco (ordine superiore) Questo sistema è
anche una sorta di metafora ontologica e sociale di una gerarchia funzionale (e non rigida e letterale come quella egizia con i diversi ordini numerici irriducibili gli uni agli altri) di livelli ontologici che funzionano come vasi comunicanti ed in cui c’è il passaggio dalla quantità alla qualità ed in cui c’è il novum. Sistema posizionale e zero mesopotamico Le civiltà mesopotamiche furono le prime ad intuire sia il principio posizionale sia lo zero (inizio II millennio a.C.). Essi avevano però un sistema sessagesimale misto con il 10 ausiliare (introdotto probabilmente nel Primo Impero Babilonese), dove la base ausiliare vedeva una numerazione additiva e dove la numerazione posizionale partiva solo da 60 in poi, per lasciare il posto alla numerazione additiva tra una potenza e l’altra di 60. Dunque solo con la
sessantina si andava all’ordine superiore all’unità mentre il terzo ordine si raggiungeva addirittura con 60x60. C’era dunque una distanza eccessiva tra i diversi ordini numerici e c’erano due sole cifre il chiodo verticale (unità) ˆ un punzone (decina) | Ripetuti n volte per ottenere il numero desiderato 19 = | ˆˆˆ 58 = || ˆˆˆ 5x10+8x1 ˆˆˆ || ˆˆˆ ˆˆˆ | ˆˆ 69 non era ||| ˆˆˆ ma ˆ ˆˆˆ (1x60)+(9x10) ||| ˆˆˆ ˆˆˆ ˆˆˆ ˆˆˆ
A questo proposito è significativo dell’uso del principio posizionale il mito della pietra nera di Asarhaddon (680-669 a.C.) dove Marduk pietoso inverte le cifre del numero degli anni in cui Babilonia sarebbe dovuta essere abbandonata dopo la distruzione di Sanherib (Sennacherib) Gli anni da 70 (ˆ|) diventano 11 (|ˆ). Questo aneddoto è poi legato alle implicazioni quasi magiche del sistema posizionale, di cui poi in seguito parleremo. 1 valeva al primo posto 1 Al secondo 60 Al terzo 60x60 etc. 72 = ˆ|ˆˆ (1x60)+(1x10)+(2x1) 1000 = |ˆˆˆ|| (10x60)+(6x60)+(4x10)
ˆˆˆ|| 174.012 = ||ˆˆˆ|| |ˆˆ (4x10x60x60)+(8x60x60)+(2x10x60)+(1x10)+(2x1)= 174.012 ||ˆˆˆ 144.000+28.800+1200+12
ˆˆ
Nel calcolo sessagesimale è come fare il computo del tempo 174.012 è come 48h 20’ 8”. Gli inconvenienti di questo sistema sono
1 Tra 2 (ˆˆ) e 61(ˆˆ) 2 Tra 23 (||ˆˆˆ) 613 (||ˆˆˆ) 36.603 (||ˆˆˆ) 2x10+3 1x10x60+1x10+3 1x10x3600+1x10x60+3 C’era insomma la
difficoltà di sapere come vanno distinti gli ordini nei quali
vanno raggruppati i segni. Infatti il sistema misto
additivo-posizionale presenta anche il problema di distinguere, in
presenza di più segni, se ci troviamo di fronte a più ordini o a
più unità interne ad un ordine. ˆˆˆ ad es. sarebbe 3, 121, 62, 3661 o altro? Dunque il sistema
rischiava di essere ambiguo e di generare errori. All’inizio i segni degli ordini superiori venivano rappresentati di dimensioni più grandi. Spesso però la fretta della scrittura abituale non consentiva di rispettare tali differenze nelle dimensioni La soluzione
successiva pure dava l’impressione di un rattoppo: era cioè uno
spazio vuoto tra un ordine e l’altro (alla maniera dell’abaco e
del quipu). Esempi: 132 = ˆˆ|ˆˆ (60x2)+(1x10)+(2x1) 3672 = ˆ ˆ|ˆˆ (1x60x60)+(1x60)+(1x10)+(2x1) Come si vede il
problema del sistema posizionale è la mancanza dello zero. Infatti se si usa il
principio di posizione c’è bisogno di un segno grafico speciale
per rappresentare un ordine numerico vuoto. Ad es. con 10 come si fa a sapere che l’1 riempie il secondo ordine numerico se non c’è un simbolo che denoti il primo ordine numerico sia pure vuoto? Questa mancanza, questo vuoto doveva per forza essere rappresentato da qualcosa, in questo caso lo zero. Inizialmente i Babilonesi ignoravano tale concetto, come abbiamo visto. Ma la tecnica di utilizzare un semplice spazio vuoto non consentiva una scrittura fluida e rapida, giacché sanzionava eventuali distrazioni nella scansione degli spazi con l’ambiguità semantica. E poi come si simboleggia l’assenza di due o più cifre in altrettanti ordini numerici? Si evidenziano due spazi vuoti? E come si fa? Si richiederebbe troppo alle facoltà percettive. Nel VII secolo cominciò
probabilmente ad essere utilizzato un segno di interpunzione tra
ordini numerici: il segno utilizzato era una virgola che sanciva in
altri documenti scritti il passaggio da una lingua all’altra. Nel III sec. a.C. allora compare il più antico zero della storia, quello babilonese appunto. (( Due segni (cunei) obliqui appaiati o parzialmente sovrapposti. Tale cifra però
non fu concepita come una quantità, un numero nullo su cui operare. Es. 20-20 (20meno20) non ha in questo sistema un risultato. Ed in una distribuzione di granaglie invece di dire “il risultato è zero”, a Babilonia si dice “Il grano è finito”. Lo zero babilonese veniva messo negli spazi vuoti tra i simboli Esso dunque sta per
spazio (oppure ordine) vuoto, ma non c’è coincidenza tra spazio
vuoto e un nulla (uno zero), tra lo zero babilonese e “10 meno
10”. Lo zero non veniva generalmente messo alla fine del numero (come da noi con 10,100,1000 etc.) anche se questo fu spesso incoraggiato (alla fine, ma anche all’inizio della cifra) dagli astronomi che lo utilizzavano per rappresentare frazioni tipo 34/10 o numeri come 0,5 (questa consuetudine fu ripresa pari pari dall’Ellenismo). Nella grande maggioranza dei casi dunque non si sapeva se un simbolo, preso da solo, rappresentasse il proprio valore facciale immediato (es. ˆ= 1) o se fosse il prodotto del valore facciale per una potenza di 60 (es. ˆ= 60x60= 3600). C’è da dire che zero sarebbe stato difficile da trattare e da utilizzare ad es. come operatore nella formazione delle frazioni (non c’è divisione per zero). Lo zero ellenistico Molti storici della matematica suppongono che lo zero nella sua forma attuale sia stato portato in India dalla cultura ellenistica (e spesso Ellenismo per questi storici significa “ideologicamente” Grecia), giacché questo segno lo ritroviamo già nei papiri ellenistici del III sec a.C. e poi in Claudio Tolomeo nel 150 d.C. Addirittura alcuni
studiosi (come L.Russo) ipotizzano che quella “greca” sia stata
una sorta di anticipazione interrotta ben più consapevole della
presunta “scoperta” indiana. In questa sede non entreremo in questa polemica storiografica che rinviamo a dopo, quando tratteremo del ruolo dell’India in questa articolata storia delle cifre. Quello che è importante discutere in questa sede è l’origine del segno attuale che sta per lo zero, è cioè il tondino vuoto. Per alcuni l’origine è acronimica, nel senso che 0 starebbe per la “o” (omicron) di oudén (gr, “niente”) tanto è vero che in epoca bizantina, quando “niente” era reso più spesso con medén il simbolo utilizzato era la “Mi”greca (μ). A questa tesi
Neugebauer obietta che se fosse stato così ci sarebbe stata confusione
tra “o” intesa come zero e “o” intesa come 70 nel sistema
alfabetico-numerico greco. A questa obiezione di
Neugebauer si è controbiettato che anche in altri casi il rischio di
confusione è stato ugualmente corso: sia Diofanto per designare un
segno che indicasse una separazione tra le decine di migliaia ed i
numeri più piccoli (monas), sia astronomi
contemporanei di Archimede, per designare i gradi (moira)
hanno utilizzato lo stesso segno e cioè la Mi con l’omicron
sovrapposto che può indicare anche il numero 700.000. Un’altra
ipotesi sull’origine del segno è quella che esso rappresenterebbe
la forma grafica della traccia lasciata sulla sabbia da un ciottolo
(psephos) appena tolto. A questa polemica si possono fare alcune osservazioni: ·
La distinzione tra moira, monas e il
numero 700.000 è più facile di quella tra zero e 70. ·
In un sistema dove la posizione della cifra non conta
nulla, il simbolo conta moltissimo, ed è quindi essenziale che non si
confonda con altri. ·
La distinzione tra zero e 70 non conta nulla se lo zero
viene utilizzato solo nella numerazione sessagesimale (in quanto 70 in
tal caso è graficamente 60+10) e/o se zero
costituisca solo un segno di interpunzione o indicante
l’assenza del numero, ma non un numero determinato (ipotesi
corroborata dalla natura fortemente decorativa delle sue
rappresentazioni grafiche, dall’utilizzo della tecnica
“archeologica” e “crittografica” dell’acronimico e proprio
dall’utilizzo quasi esclusivamente astronomico e “sessagesimale”
di questo segno) ·
E’ possibile formulare un’altra ipotesi
sull’origine del segno: 1.
Inizialmente fu coniato in ambito neo-babilonese un segno
per distinguere i diversi ordini numerici, segno che poi servì per
indicare l’assenza di elementi in un ordine numerico interposto tra
altri due ordini. 2.
Nel momento in cui fu usato un segno di interpunzione, in
Egitto (è questa l’ipotesi) analogamente fu usato l’ideogramma
della bocca (‘r) o il segno ieratico dell’apostrofo che indicavano
il segno di frazione (e quindi anche di divisione e di separazione
grafica) 3.
Da questi due segni derivano il tondino e l’apostrofo o
il punto usati per scopi simili in ambito greco-ellenistico. 4.
Il termine moira simboleggiato
da “Mo” ed indicante “grado” (oggi non a caso simboleggiato da
“°”) vuol dire significativamente “parte assegnata” e rinvia
all’ideogramma egizio suddetto (frazione). 5.
I Greci forse non hanno
aggiunto niente alle intuizioni precedenti che non rientri nelle
sortite felici di un ricco sistema di interazioni culturali.
Sistema posizionale e proto-zero cinese In Cina durante la dinastia Han (II sec. a.C. – III sec. d.C.) fu elaborato un ingegnoso sistema di numerazione scritta con base decimale con le nove unità semplici descritte ancora pittograficamente I II III IIII IIIII ┬ ╥ ╥ ╥ (Su vantaggi e svantaggi della rappresentazione pittografica e di quella convenzionale dei numeri torneremo a livello di riflessioni più propriamente filosofiche). Questo arcaico simbolismo numerico era ovviamente derivato dalle tacche su legno o su guscio di tartaruga e fu riprodotto anche sulle macchine da calcolo dei suanpan (abachi) e sulle bacchette di calcolo che, come abbiamo visto, pure erano molto utilizzate. Sempre sotto gli Han fu scoperto il principio posizionale Es. 6742 = ┬ ╥ IIII II Però rimaneva il
rischio di confusione perché si era vincolati ad affiancare
altrettante barre verticali per rappresentare unità di ordini
consecutivi con rischi di confusione e di errori: Esempi: IIII III IIII = 434 I III III IIII = 1334. Nel caso precedente la differenza si vede agevolmente? Tra le altre cose forse la numerologia oltre al parallelismo greco-ebraico tra lettera e numero si basava anche su questa arcaica confusione tra numeri. Per rimediare si preferì cambiare notazioni : Per le unità semplici le barre non si disponevano più in verticale ma in orizzontale e viceversa funzionava il loro incremento. Esempi: ─ ═ ≡ ≡ ≡ ┴ ╧ etc. ─ ═ Poi siccome i ben noti problemi percettivi si ripresentavano nuovamente, ci fu una seconda trasformazione per cui i diversi ordini numerici venivano rappresentati in modo alternato con barre verticali (unità, centinaia etc.) dette numeri tsung e barre orizzontali (decine,migliaia) dette numeri heng. Esempi: 522 era IIIII ═ II 76.231 era ╥ ┴ II ≡ I Alcune ambiguità erano così eliminate ma, ugualmente la mancanza dello zero rendeva difficile distinguere notazioni del tipo 2666 o 26660 oppure 266600 etc. Anche qui vi fu chi lasciò uno spazio vuoto, insufficiente per le ragioni già esposte E vi fu anche chi utilizzò le potenze di 10 correggendo con un’involuzione in senso moltiplicativo l’originario sistema posizionale. Es. 2640 diventa II ┴ IIII … e cioè 264 x10 (con 10 usato come moltiplicatore o determinativo “decine”) 20.064 diventa II (x10.000 con relativo ideogramma) ┴ IIII (2x10.000)+64 Anche in Cina nacque comunque una sorta di zero Alcuni computisti disposero i numeri in dei riquadri tipo tessere che forse stavano per gli ordini numerici (ad imitazione delle asticelle del suanpan ) e lasciavano la casella vuota (come l’insieme vuoto) per ogni unità che mancasse nel rispettivo ordine. Comunque, dall’VIII sec. d.C. i dotti cinesi grazie ai monaci buddisti missionari dall’India ebbero lo zero indiano vero e proprio. Sistema posizionale e zero presso i Maya Anche i Maya furono degli elaboratori indipendenti del principio posizionale e dell’uso dello zero. La civiltà maya fu molto sviluppata ed originale. I Maya furono raffinati astronomi: ebbero un’esatta concezione dei moti Sole-Luna-Venere e forse anche Marte-Mercurio-Giove calcolarono la rivoluzione sinodica di Venere calcolarono la durata dell’anno solare con migliore approssimazione del calendario gregoriano calcolarono la durata delle lunazioni elaborarono l’idea del tempo senza limiti lasciarono l’iscrizione con il riferimento più lontano nel passato e con precise indicazioni dei giorni iniziali del periodo cui si allude usavano per le osservazioni astronomiche listelle di legno incrociate con un tubo di giadeite Essi però ignoravano il vetro, la ruota e le frazioni. I numeri maya erano così rappresentati: • = 1 ••••• = 5 ▬ = 9 ••= 2
▬ =
6
═
=10
••• = 3
▬ = 7
═ =11 •••• = 4
▬ = 8
=20 Dal 20 in poi (il sistema maya era a base vigesimale) scatta il principio posizionale che viene ordinato verticalmente con l’ordine superiore al livello grafico superiore. Esempio 69 ••• 3x20 •••• (4x1)+ (1x5) Il primo livello è 1 Il secondo è 20 (1x20) Il terzo livello è invece 360 (20x18) sarebbe stato 400 (anche qui c’era una base ausiliare 60? Per influenza dei calcoli astronomici e calendariali?) Il quarto livello è 7200 (360x20) E così via. Sempre in una disposizione posizionale verticale il numero 13.515 era (1x7200)+(17x360)+(9x20)+ 15(3x5) 7200+6120+180+15=13.515 Anche i Maya per indicare un ordine numerico vuoto inventarono lo zero Usando diversi glifi per lo più a forma di conchiglia (forse il simbolo della spirale? O per indicare un guscio vuoto?) 43.212 = (6x7200)+0+0+12(2x5+2x1). Una delle cause però dell’introduzione dello zero fu strettamente religiosa: per i Maya infatti la numerazione scritta non riguardava i bisogni del calcolo corrente, ma solo le esigenze del calcolo temporale e delle correlative osservazioni astronomiche. I Maya calcolavano il tempo come se fosse in gioco la loro vita. Essi avevano numerosi calendari
L’ossessione dei Maya per il calcolo (simile
in questo ai Pitagorici, a Galton ed agli affetti da autismo) era
legata all’angoscia della morte e della fine del tempo: l’esistenza
di più cicli temporali consentiva di sfuggire alla fine di un
computo, abbarbicandosi ad un altro ciclo. Il nesso tra computo del tempo e mondo divino rendeva, più che in altre civiltà, la numerazione appannaggio dei soli sacerdoti (che erano anche astronomi) senza rapporti con altre dimensioni come ad es. quella del commercio che tanto stimolava la ricerca di soluzioni pratiche e razionali. Il tempo era un fenomeno sovrannaturale, apportatore di fortuna e sfortuna a seconda del dio (benefico o malefico) preposto a quel periodo temporale (lo stesso schema dell’astrologia probabilmente). I sacerdoti erano mediatori potenti tra dei e popolo Le scansioni temporali erano così determinate: inizio del computo: 12 Agosto 3113 a.C.(o 3114) kin = giorno (sole) uinal = mesi (20 giorni ciascuno) tun = anni (360 giorni ciascuno) (pietra, e cioè stele che scandisce il tempo) katun = cicli (20 anni ciascuno) baktun = 400 anni pictun = 8000 anni fino all’alautun = 64.000 anni. Un importante monumento è la stele maya A di Quirigua dove è riconoscibile lo zero e che risale leggendo lo scritto a 1.418.400 giorni dall’inizio dell’era Maya e cioè al 24 Gennaio del 771 d.C. Sulla stele troviamo 9 baktun 17 katun 0 tun 0 uinal 0 kin Perché? Perché non c’erano direttamente 9 baktun e 17 katun? Sarebbe stato possibile perché con i determinativi temporali non ci troviamo di fronte ad un sistema posizionale puro e dunque non c’è bisogno degli zero al termine del numero Se non che ad ogni unità di tempo
corrispondeva la raffigurazione di un dio che presiedeva a tale ordine
temporale e che alla maniera di Atlante si caricava il numero
collegato all’ordine temporale/numerico considerato. Ad es. in questo caso il dio che presiedeva ai baktun se ne caricava 9, quello dei katun ben 17. A questo punto se al periodo, come nel caso dei
tun. dei uinal e dei kin, che era privo di numero non fosse stato
corrisposto un simbolo, gli dei preposti ai tun, ai uinal e ai kin
rischiavano di non essere raffigurati e forse si sarebbero offesi
mortalmente (aggiungiamo che la rappresentazione figurata sarebbe stata incompleta ed esteticamente improponibile per un popolo pieno di horror vacui come quello Maya) Perciò si dovette escogitare un simbolo per consentire agli dei di caricarsi il niente! Quasi come ministri senza portafoglio nominati per esigenze di lottizzazione politica! Questo omaggio alle divinità aveva implicazioni ambigue, in quanto da un lato evitava l’offesa agli dei, ma al tempo stesso implicava il rischio che nel passaggio da un mese all’altro, la staffetta tra dei aprisse la possibilità di una lacerazione del tempo: infatti i mesi dell’Haab iniziavano con questa fase intermedia, rappresentata da zero, grazie alla quale il ventesimo giorno del mese era il giorno 19 e grazie alla quale, forse, il tempo era costretto a scorrere indefinitamente allungandosi ad inseguire se stesso ed a rinviare per sempre il redde rationem dell’intero cosmo maya. La fine scongiurata però implicava un inizio sempre rischioso ed abissale. Senza contare che il 20 era in effetti un nuovo zero, un nuovo passaggio, un completamento che era al tempo stesso un inizio (l’analogia tra zero e 20 era data dal rapporto tra il simbolo della conchiglia e quello della luna, mentre non a caso il numero 1 era simboleggiato dalla giovane luna crescente). Le implicazioni filosofiche di questa ipotesi storiografica saranno discusse appresso.
Ovviamente i sacerdoti Maya colsero anche i vantaggi aritmetici di questa nuova simbolizzazione e la riportarono poi semplificata (senza glifi religiosi indicatori dell’ unità di tempo) sui loro manoscritti. Purtroppo però un inconveniente impedì ai Maya di avere uno zero con possibilità operazionali: infatti il passaggio dal secondo al terzo ordine numerico era diverso da tutti gli altri come abbiamo già visto ( il moltiplicatore era x18 e non x20). Zero per noi è un operatore aritmetico (es. 460 = 4x100+6x10+0) la cui scrittura si ottiene affiancando “0”
a 46 e cioè spostando (facendo scalare) di un ordine tutte le
cifre a salire. Lo zero alla fine di un numero ha una funzione
esplicitamente molto diversa da uno zero tra due cifre di un numero:
in questo secondo caso all’assenza dello zero si può ovviare
allargando gli spazi ed evidenziando uno spazio vuoto. Nel primo caso
come si fa? Nel primo caso inoltre lo zero o gli zeri alla fine sono l’indizio di un’operazione come quella del prodotto (x10 x100 x1000 etc.), mentre il secondo esempio nasce da una pratica inizialmente fatta esclusivamente sulle cifre, senza alcun riferimento al significato numerico. Se nei Maya la numerazione fosse stata
strettamente vigesimale, essa avrebbe avuto le stesse proprietà di
quella indo-araba: l’aggiunta di uno zero ad una rappresentazione
numerica avrebbe moltiplicato per 20 il valore numerico di
quest’ultima. Come adesso sappiamo, così non è stato. Conclusioni Dunque Babilonesi, Cinesi e Maya con il principio di posizione già furono capaci di rappresentare qualsiasi numero con una limitata quantità di cifre di base: · I babilonesi non associarono cifre diverse alle 59 unità significative del primo ordine, ma iteravano i due simboli disponibili. Essi purtroppo non concepirono lo zero né come numero (quantità nulla) né come operatore aritmetico. · I Cinesi mantennero la notazione ideografica e reintrodussero elementi di notazione moltiplicativa. Inoltre il loro uso dello zero fu sporadico e poco significativo. · I Maya con l’anomalia del moltiplicatore del terzo ordine numerico persero la possibilità di utilizzare lo zero come operatore. Perché il nuovo sistema posizionale manifestasse tutte le sue positive potenzialità bisognava aspettare la grande esperienza indiana.
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