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Il saggio di Rudolf Carnap
“L’eliminazione della metafisica tramite l’analisi logica del
linguaggio” è forse il tentativo più compiuto del Neopositivismo logico
di togliere una volta e per tutte la metafisica dall’orizzonte della
filosofia e dell’indagine conoscitiva più in generale.
Prima di sottoporre queste tesi ad
un’analisi critica, ci sembra doveroso esporle nel dettaglio, magari
ricorrendo alla loro citazione quasi letterale. Carnap sostiene che:
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Con lo sviluppo
della logica moderna è diventato possibile dare una nuova e più
acuta risposta alla questione circa la validità e la legittimità
della metafisica, per cui le presunte proposizioni di questo àmbito
si dimostrano del tutto prive di senso. Si consegue così un radicale
superamento della metafisica, quale non era ancora possibile
partendo dai precedenti punti di vista antimetafìsici, quali lo
scetticismo, il nominalismo e l’agnosticismo.
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Per quel che riguarda l’uso
dell’espressione “privo-di-senso”, ci sono espressioni evidentemente
false o contraddittorie che vengono considerate prive di senso, ma
che sono in realtà sensate, anche se false.
In senso stretto, è priva di senso una
successione di parole che, all'interno di un determinato e già noto
linguaggio, non formi alcuna proposizione. Può veroficarsi che una
tale successione di parole sembri di primo acchito una proposizione;
in questo caso essa va chiamata “pseudoproposizione”. Le presunte
proposizioni della metafìsica si rivelano appunto, all'analisi
logica, come pseudoproposizioni.
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Un linguaggio
consiste di un vocabolario e di una sintassi, cioè di un insieme di
parole aventi un significato e di regole per la formazione di
proposizioni; queste regole indicano come si possano formare delle
proposizioni con parole di diverse specie. Ne deriva che vi sono due
generi di pseudoproposizioni: o vi compare una parola che
erroneamente si crede abbia un significato, o tutte le parole ivi
presenti hanno, sì, un significato, ma sono combinate in un modo
così contrario alla sintassi, che non ne risulta senso alcuno.
Nella metafisica compaiono pseudoproposizioni delle due specie.
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Se una parola (all'interno di un
determinato linguaggio) ha un significato, allora essa, designa un «
concetto »; ma se sembra solamente che la parola abbia un
significato, mentre in realtà non ne ha nessuno, allora si parla di
uno « pseudoconcetto ». In origine ogni parola doveva avere un
significato. Ma nel corso dello sviluppo storico spesso le parole
cambiano significato. E, talvolta, può anche succedere che una
parola perda il suo antico significato senza riceverne in cambio uno
nuovo. Così ha origine uno pseudoconcetto.
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In che cosa consiste il
significato di una parola? Quali convenzioni debbono venir stabilite
in rapporto a una parola, affinchè essa abbia un significato? In
primo luogo, bisogna che sia stabilita la sintassi della parola,
cioè il modo di ricorrere nella più semplice forma proposizionale in
cui essa può comparire; chiamiamo questa forma proposizionale la sua
proposizione elementare. La forma proposizionale elementare per la
parola « pietra » è, ad esempio, « x è una pietra »; in proposizioni
di questa forma, al posto di « x » vi è qualche designazione
descrittiva della categoria delle cose, per esempio, « questo
diamante », « questa mela ». In secondo luogo, bisogna che per la
proposizione elementare A, contenente la parola in questione, sia
data una risposta alla seguente domanda, che noi possiamo formulare
in diversi modi: Da quali proposizioni è deducibile la A, e
quali proposizioni sono deducibili dalla A? In quali condizioni la
A è vera, e in quali è falsa? Come si può verificare la A?
Che senso ha la A?
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Di molte parole, che
costituiscono la stragrande maggioranza della terminologia della
scienza, è possibile specificare il significato riducendole ad altre
parole (« costituzione », definizione). Per esempio: «i cosiddetti
"artropodi" sono animali con corpo segmentato e con estremità
articolate ». Con questo, si risponde alla domanda sopra riferita,
per quanto concerne la forma proposizionale elementare della parola
« artropodo », ossia la forma proposizionale « la cosa x è un
artropodo »: è stato convenuto che una proposizione di questa forma
deve essere deducibile da premesse della forma « x è un animale »,
« x ha un corpo segmentato », «x ha estremità articolate », e che,
inversamente, ognuna di queste proposizioni deve esser deducibile
dalla proposizione considerata. Con tali determinazioni relative
alla deducibilità (in altri termini: relative al criterio di verità,
al metodo di verificazione, al senso) della proposizione elementare
sugli artropodi, si stabilisce il significato della parola «
artropodo ». In questo modo, ogni parola del linguaggio
(scientifico) viene ridotta ad altre parole e, infine, a quelle
parole che compaiono nelle cosiddette « proposizioni di osservazione
» o « proposizioni protocollari ». E’ mediante questa riduzione che
il termine ottiene il suo significato.
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La questione circa il contenuto e
la forma delle proposizioni primarie (protocolli), che finora non ha
trovato una risposta definitiva ed ha dato luogo ad una diversità di
concezioni, si può lasciare del tutto al di fuori di questa
analisi. Indipendentemente dalla diversità di queste concezioni, è
certo che una successione di parole ha un senso, solo se sono ben
stabilite le sue relazioni di deducibilità a partire da proposizioni
protocollari; non importa, poi, se tali protocolli siano di questa o
di quella specie; parimenti, è certo che una parola ha un
significato, solo se le proposizioni in cui può comparire sono
riducibili a proposizioni protocollari.
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Poiché il significato di una
parola è determinato dal suo criterio di applicazione (in altri
termini: dalle relazioni di deducibilità della sua proposizione
elementare, dalle condizioni di verità e dal metodo di verificazione
di questa), una volta stabilito tale criterio, non è più possibile
decidere liberamente ciò che s'intende dire con la parola in
questione. Supponiamo che, per esempio, qualcuno formi la nuova
parola « babico » e sostenga che vi sono cose babiche e cose non
babiche. Per venire a sapere il significato di questa parola, gli
chiederemo chiarimenti circa il criterio di applicazione: come si
può constatare nel caso concreto, se una determinata cosa è babica o
no? Si ammetta in primo luogo che secondo quel tale non vi siano
qualità empiriche caratterizzanti la babicità. In questo caso, noi
non considereremmo lecito l'uso di tale parola. E se chi l'usa
continuasse nonostante tutto a sostenere che esistono cose babiche e
cose non babiche, e che solo per il misero, finito, intelletto
dell'uomo rimarrà per sempre un mistero sapere quali cose sono
babiche e quali no, anche in questo caso ciò risulterà un discorso
vuoto. Ma, forse, egli ci assicurerà di voler comunque significare
qualcosa con la parola « babico ». Da tutto questo, però, non si
apprenderà altro che il fatto psicologico del suo associare alla
parola certe non precisabili idee e sentimenti. E con ciò, la parola
non acquisirebbe un significato. Se non è stabilito nessun criterio
di applicazione per la nuova parola, allora le proposizioni in cui
essa compare non vogliono dire nulla e sono mere pseudoproposizioni.
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In secondo luogo sia fissato il
criterio di applicazione per una nuova parola, ad es. «bebico»; e,
precisamente, la proposizione « questa cosa è bebica » sarà da
ritenersi vera se, e solo se, la cosa. in questione è quadrangolare;
allora si dirà : la parola «bebico» ha lo stesso significato della
parola « quadrangolare ». E sarà considerato illecito ogni altro
significato, anche se coloro che usano tale parola ci comunicassero
di «voler dire» con essa, nondimeno, qualcosa di diverso da
«quadrangolare»; cioè, che ogni cosa quadrangolare è anche bebica, e
viceversa, ma che ciò dipende solo dal fatto che la quadrangolarità
è la manifestazione sensibile della bebicità, mentre quest'ultima è
una qualità occulta e non percepibile in sé stessa. Si replicherà
che, in tal caso, una volta stabilito il criterio di applicazione, è
stabilito anche se « bebico » significa «quadrangolare», e che
quindi non sussiste più la libertà di voler dire questo o quello con
la stessa parola.
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In breve sia "a" una
certa parola, e "P(a)" la proposizione elementare in cui essa
compare. La condizione sufficiente e necessaria affinchè "a" abbia
un significato può allora esser espressa da ciascuna delle seguenti
formulazioni, che, in fondo, sono fra loro equivalenti: 1. Le
caratteristiche empiriche di a sono note. 2. È stato
convenuto da quali proposizioni protocollari si possa dedurre
"P(a)". 3. Le condizioni di verità per "P(a)"
sono fissate. 4. Il metodo per la verificazione di "P(a}" è
noto.
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Molti termini della metafisica
appaiono incapaci di soddisfare il requisito sopra indicato e,
quindi, appaiono privi di significato. Si prende come esempio il
termine metafisico «principio» (nel senso di principio ontologico,
non di principio gnoseologico o assioma). Varie risposte metafisiche
sono state date al quesito circa il (supremo) « principio del mondo»
(o «delle cose», «dell'essere», «dell'ente»): per esempio, l'acqua,
il numero, la forma, il movimento, la vita, lo spirito, l'idea,
l'inconscio, l'atto, il bene, e via discorrendo. Per trovare il
significato che la parola « principio » ha in tale quesito
metafìsico, si deve chiedere ai metafisici in quali condizioni una
proposizione della forma « x è il principio di y» sarebbe vera, e in
quali condizioni falsa; in altri termini, si chiede quale sia il
criterio di applicazione o la definizione della parola « principio
». Il metafisico risponde pressapoco così: « x è il principio di y»
vuoi dire «y ha origine da x », « l'essere di y si fonda sull'essere
di x », «y sussiste per mezzo di a », o simili. Queste frasi sono
però equivoche e indeterminate. Spesso, hanno un chiaro significato;
si dice, per esempio, di una cosa o di un evento y che esso « ha
origine » da x, se si osserva che, a cose o a eventi della specie x,
seguono sempre, o di frequente, cose o eventi della specie y
(rapporto causale nel senso di una successione conforme a legge). Ma
il metafisico dice di non voler intendere un rapporto empiricamente
constatabile; che, altrimenti, le sue tesi metafisiche
diventerebbero semplici proposizioni empiriche della stessa specie
di quelle della fisica. La parola
« aver origine » non deve, pertanto, avere qui il significato di una
relazione di successione temporale e causale, come ha comunemente.
Ma non vien stabilito alcun criterio per nessun altro significato.
Di conseguenza, il presunto significato « metafisico », che la
parola dovrebbe avere qui, a differenza del comune significato
empirico, non esiste affatto.
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Se si considera il significato
originario della parola principium (e della corrispondente
parola greca arché), si nota il medesimo processo di
trasformazione. L'originario significato di « inizio » viene
espressamente sottratto alla parola; essa non è più destinata a
.significare ciò che è primo in ordine di tempo, ma ciò che è primo
in un altro senso, specificamente metafisico. I criteri per questo «
punto di vista metafisico » non vengono, tuttavia, addotti. In
entrambi i casi, la parola è stata privata del suo significato
originario, senza riceverne in cambio uno nuovo; rimane il residuo
di una parola come un guscio vuoto. Del suo uso nel precedente
periodo, in cui essa aveva ancora un significato, si conservano
tuttora diverse connotazioni, che ineriscono associativamente alla
parola; e queste si collegano con nuove idee e sentimenti entro
l'attuale contesto linguistico. Ma con ciò, la parola non acquista
un significato; e rimane sempre priva di significato, fin tanto che
non si sappia indicare un metodo di verificazione.
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Un altro esempio è
la parola “Dio”. Di questa parola si deve distinguere, prescindendo
dalle varianti della sua applicazione all'interno di ognun periodo,
il diverso uso linguistico in tre differenti casi o periodi storici,
che temporalmente sfumano l'uno nell'altro. Nell'uso linguistico
mitologico la parola ha un chiaro significato. Con essa (ovvero con
le parole parallele di altre lingue), si designano, talvolta, degli
esseri fisici che imperano, per esempio, sull'Olimpo, nel cielo o
negli inferi, e che sono corredati in misura più o meno perfetta di
potenza, sapienza, bontà e felicità. Talvolta, la parola denota
anche esseri spirituali, che, effettivamente non posseggono un corpo
antropomorfo, ma che, in qualche modo, si mostrano nelle cose o
negli eventi del mondo visibile, e sono, perciò, accertabili
empiricamente. Nell'uso linguistico metafisico, « Dio » designa
invece qualcosa di extra-empirico. Il significato di un essere
corporeo o di un essere spirituale che si nasconda nei corpi viene
espressamente tolto alla parola. E, dal momento che non le si dà
alcun significato nuovo, essa diventa priva di significato.
Veramente, si ha spesso l'impressione che anche nella metafìsica la
parola« Dio » possieda un significato. Ma le definizioni ivi
stabilite si dimostrano, a un'indagine più accurata, delle
pseudodefinizioni. Esse rimandano o a delle connessioni di parole
logicamente illecite o ad altre parole metafisiche (per esempio, «
causa prima », « l'assoluto », «l'incondizionato», «l'autonomo», e
simili), ma in nessun caso conducono alle condizioni di verità della
proposizione elementare rilevante. Nel caso di questa parola, non è
soddisfatta neppure la prima esigenza della logica, cioè l'esigenza
della specificazione della sintassi, ossia della forma secondo cui
essa deve ricorrere nelle proposizioni elementari. Una proposizione
elementare dovrebbe qui aver la forma « x è un Dio »; ma il
metafìsico, o respinge del tutto questa forma, senza addurne
un'altra, o, se l'accetta, trascura di precisare la categoria
sintattica della variabile x. (Sono categorie, per es.: i
corpi, le proprietà dei corpi, le relazioni fra i corpi, i numeri,
ecc.).
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Allo stesso modo
degli esempi considerati, « principio » e « Dio », anche la maggior
parte degli altri termini specificamente metafisici e senza
significato, come per es.: l'« Idea »,l'« Assoluto », l'«
Incondizionato », l'« Infinito », l'« essere dell'ente », il «
non-ente », la « cosa in sé », lo « spirito assoluto »,lo « spirito
oggettivo », l'« essenza », l'« inseità », l'« in-e-per-se-ità »,
l'« emanazione », la « manifestazione », l'« articolazione », l'« Io
», il « non-Io », ecc. Nel caso di queste espressioni, la situazione
non è diversa da quella della parola «babico » dell'esempio discusso
prima. Il metafisico dice che non si possono addurre condizioni
empiriche di verità; se egli aggiunge che con una tale parola si
vuole tuttavia intendere « qualcosa », si sa che con ciò egli
accenna solo ad associazioni d'idee e sentimenti, dai quali, però,
la parola non ottiene nessun significato. Le proposizioni cosiddette
metafisiche, contenenti tali parole, non hanno nessun senso, non
vogliono dire nulla, e sono solamente pseudoproposizioni.
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C'è ora anche
un'altra specie di pseudoproposizioni. Esse consistono di parole con
significato, ma sono composte da queste parole in un modo tale, che
non ne risulta senso alcuno. La sintassi di una lingua dichiara
quali combinazioni di parole sono lecite e quali no. La sintassi
grammaticale delle lingue naturali non è, tuttavia, sempre in grado
di assolvere il compito di escludere le combinazioni di parole senza
senso. Si prenda, come esempio, le due seguenti successioni di
parole: 1. « Cesare è e »; 2. « Cesare è un numero primo ». La
successione di parole (1) è formata contro le regole della sintassi;
la sintassi esige che nella terza posizione vi sia, non già una
congiunzione, bensì un predicato, ossia un sostantivo (con articolo)
o un aggettivo. Formata secondo sintassi è, per esempio, la
successione di parole «Cesare è un condottiero»; la quale è una
successione di parole sensata, cioè realmente una proposizione. Ma
anche la successione di parole (2) è parimenti formata secondo la
sintassi, poiché ha la stessa forma grammaticale della proposizione
or ora citata. Tuttavia, la (2) è una successione di parole priva di
senso. « Numero primo » è una proprietà di numeri; è un attributo
che non può esser ne affermato, ne negato relativamente a delle
persone. Poiché la 2 sembra una proposizione, ma non lo è, e quindi
non vuole dire nulla, non esprimendo nè un giudizio vero, nè uno
falso, possiamo chiamare anche questa successione di parole una
«pseudoproposizione ». Per il fatto che la sintassi grammaticale
viene rispettata, si può ricevere di primo acchito l'impressione
erronea di aver a che fare con una proposizione, sia pure falsa. Ma
« a è un numero primo » è una proposizione falsa se, e solo
se, a è divisibile per un numero naturale che non sia ne 1 ne se
stesso; ed è ovvio che qui, in luogo di "a", non si può porre «
Cesare ».
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Di molte cosiddette
proposizioni metafisiche non è così facile accorgersi che sono
pseudoproposizioni. Il fatto che nella lingua usuale sia possibile
formare una successione di parole senza senso, indica che la
sintassi grammaticale, considerata da un punto di vista logico, è
insufficiente. Se la sintassi grammaticale corrispondesse
perfettamente alla sintassi logica, non potrebbe dar adito a
pseudoproposizione alcuna. Se la sintassi grammaticale distinguesse,
non solo le categorie lessicali dei sostantivi, degli aggettivi, dei
verbi, delle congiunzioni, ecc., ma facesse anche certe distinzioni
logicamente necessarie all'interno di tali categorie, allora le
pseudoproposizioni non si potrebbero neppure formare. Se, per
esempio, i sostantivi fossero suddivisi grammaticalmente in più
specie lessicali, secondo che designino diverse proprietà, di corpi,
di numeri, e cosi via, allora le parole « condottiero » e « numero
primo » apparterrebbero a specie lessicali grammaticalmente diverse,
e la (2) risulterebbe esattamente contraria alla grammatica come la
(1). In un linguaggio costruito correttamente, tutte le successioni
di parole prive di senso sarebbero della specie dell'esempio (1).
Sarebbero, pertanto, in un certo modo, automaticamente escluse già
dalla sola grammatica; cioè, per evitare la mancanza di senso, non
vi sarebbe bisogno di tener presente il significato delle singole
parole, ma basterebbe fare attenzione alla loro specie lessicale
(alla « categoria sintattica », per esempio: cosa, proprietà di
cosa, relazione fra cose, numero, proprietà di numero, relazione fra
numeri, ecc.). Quindi, se la nostra tesi, secondo cui le
proposizioni della metafisica sono pseudoproposizioni, è
giustificabile, allora in un linguaggio costruito correttamente dal
punto di vista logico la metafisica non potrebbe nemmeno venir
espressa. Deriva di qui la grande importanza filosofìca del compito
di costruire una sintassi logica, compito a cui lavorano oggi i
logici.
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Vogliamo ora considerare
alcuni esempi di pseudoproposizioni metafisiche, nelle quali si può
riconoscere in modo particolarmente chiaro la violazione della
sintassi logica, pur nel rispetto della sintassi
storico-grammaticale (trattasi di alcune proposizioni di M.Heidegger)
: « Indagato deve essere l'ente soltanto e — null'altro;
l'ente solamente e inoltre — nulla; l'ente l’unicamente e
oltre a ciò — nulla. Come sta la cosa con questo Nulla?
[...] Esiste il Nulla solo perché c'è il Non, ossia la Negazione?
O forse la cosa sta inversamente? Esiste la Negazione e il Non
esiste solo perché c'è il Nulla? [...] Noi sosteniamo: il
Nulla precede il Non e la Negazione.
[...] Dove cerchiamo il Nulla? Dove troviamo il Nulla? [...] Noi
conosciamo il Nulla. [...] L'angoscia rivela il Nulla.
[...]II nulla stesso nulla ». Ora, proposizioni come “Fuori
c’è pioggia” sono tanto grammaticalmente, quanto logicamente
ineccepibili, ossia dotate di senso. Proposizioni come “Fuori non
c’è nulla” (“There is nothing outside”) sono perfettamente analoghe,
dal punto di vista grammaticale, a quelle come “Fuori non c’è
pioggia”. In effetti, una forma proposizionale tipo “Cosa c’è
fuori?” e “Fuori non c’è nulla” (come domanda e risposta) non
corrisponde alle esigenze proprie di una lingua logicamente
corretta. Essa è tuttavia dotata di senso, poiché si può tradurre in
un linguaggio corretto; questo è dimostrato dalla proposizione “–($
x) . Fu (x)”, che ha lo stesso senso di
“Fuori non c’è nulla”. La inopportunità della forma proposizionale
“Fuori non c’è nulla” si mostra poi nel fatto che, mediante
operazioni grammaticali ineccepibili, si può pervenire alle forme
proposizionali prive di senso “Come
sta la cosa con questo nulla?” oppure come altre
che sono tratte dalla citazione di cui sopra. Queste forme non si
possono affatto costruire nel linguaggio corretto della logica
formale. Tuttavia, la loro mancanza di senso non si riconosce a
prima vista, poiché ci si lascia ingannare facilmente dall'analogia
con le proposizioni del linguaggio comune, dotate di senso. La
manchevolezza, qui rilevata, della nostra lingua consiste, dunque
nel fatto che essa, a differenza di una lingua logicamente corretta,
consente identità di forma grammaticale fra successioni di parole
dotata di senso e successioni di parole prive di senso. A ogni
proposizione espressa in parole è annessa una corrispondente formula
nella scrittura della logistica; e queste formule fanno riconoscere
in modo particolarmente perspicuo l'analogia inopportuna sussistente
fra le proposizioni del linguaggio comune e quelle della metafisica,
nonché l'origine, per tale via, delle formazioni senza senso del
linguaggio metafisico.
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A una considerazione
più precisa, le pseudoproposizioni metafisiche di Heidegger mostrano
certe differenze. La formazione delle proposizioni tipo “Come
sta la cosa con questo nulla?”,
si fonda semplicemente sull'errore per cui la parola « nulla » viene
usata come nome, mentre nella lingua usuale essa è impiegata in
questa forma solo per formulare una proposizione esistenziale
negativa (v. “ Fuori non c’è nulla ” ). In un linguaggio corretto
serve invece allo stesso scopo non già un nome particolare,
ma una certa forma logica, della proposizione (v. “ –($
x) . Fu (x) ”). Nella proposizione
“Il nulla nulla (o nulleggia)”
si aggiunge a ciò qualcosa di nuovo, ossia la formazione della
parola senza senso « nullare » [il neologismo nichten anziché
il verbo usuale vernichten]; la proposizione è dunque
doppiamente senza senso. Si è già detto come le parole prive di
senso della metafisica abbiano origine, normalmente, in quanto una
parola, dotata in origine di un senso, ne venga poi privata con
l'uso metaforico che ne fa la metafisica. Qui ci troviamo invece di
fronte a uno dei rari casi in cui viene introdotta una nuova parola
che, fin dall'inizio,non ha alcun significato. La proposizione
“Esiste il nulla solo perché…”
, è parimenti da respingere per una duplice ragione. Nell'errore di
adoperare la parola « nulla » come nome individuale, essa concorda
con le proposizioni precedenti. Ma contiene, in aggiunta, una
contraddizione. Infatti, anche nel caso in cui fosse lecito
introdurre « nulla » come nome o descrizione di un oggetto, si
dovrebbe nondimeno negare a questo oggetto, per definizione,
l'esistenza, la quale viene poi di nuovo affermata, a dispetto di
ciò, nella proposizione suddetta . Questa proposizione sarebbe
dunque, se non fosse già senza senso, contraddittoria, e quindi
assurda.
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Riguardo ai
grossolani errori logici che si trovano nelle proposizioni ,
“Esiste il nulla solo perché…” o “Il Nulla nulla…”
potremmo supporre che, forse, nell'opera di Heidegger sopra riferita
la parola « nulla » abbia un significato completamente diverso dal
consueto. E questa supposizione viene ulteriormente corroborata nel
leggere che l'angoscia rivela il nulla e che nell'angoscia il nulla
è presente in sé stesso. Sembra, infatti, che qui la parola «nulla »
denoti una determinata concezione emotiva, forse di specie
religiosa, ovvero qualcosa che starebbe alla base di un tale
sentimento. Se la cosa stesse cosi, allora i citati errori logici
sarebbero assenti dalle proposizioni
“Esiste il nulla solo perché…” o “Il Nulla nulleggia …”.
Ma l'inizio della citazione in precedenza considerata mostra che
questa interpretazione non è possibile. Dalla connessione di «
soltanto » con « null'altro » risulta chiaramente che la parola «
nulla » ha qui il consueto significato di una particella logica che
serve a esprimere una proposizione esistenziale negata. Gli scrupoli
circa la possibilità di una falsa interpretazione vengono poi del
tutto a sparire nel constatare che l'autore della medesima
trattazione è chiaramente consapevole del fatto che le sue domande e
le sue proposizioni contraddicono la logica. « Domanda e risposta
riguardanti il Nulla sono, allo stesso modo, in sé assurde [...]. La
regola fondamentale del pensiero, che a questo proposito viene
solitamente addotta, il princìpio della contraddizione esclusa, la
logica in generale, sopprime questa domanda » oppure « se s'infirma
il potere dell'intelletto nel campo delle questioni circa il Nulla e
l'Essere, allora si decide con ciò anche il destino dell'egemonia
della "logica" all'interno della filosofia. La stessa idea della
"logica" si dissolve nel vortice di un interrogativo più originario
». Ma la sobria scienza ammetterà un vortice di domande poste
illogicamente? Anche a ciò si trova in anticipo una risposta: « la
supposta sobrietà e superiorità della scienza diventa una cosa
ridicola, se la scienza non prende sul serio il Nulla ». Si trova,
così, una buona conferma della nostra tesi. Un metafìsico giunge qui
da sé alla constatazione che le sue domande e risposte non sono
compatibili con la logica e con il modo di pensare della scienza.
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La differenza fra la
presente tesi e quella dei precedenti antimetafisici è ora chiara.
La metafisica non è una « mera chimera » o una favola. Le
proposizioni di una favola non contraddicono la logica, ma solo
l'esperienza; esse sono pienamente dotate di senso, sebbene false.
La metafisica non è una superstizione; infatti si possono credere
proposizioni vere e proposizioni false, ma non successioni di parole
senza senso. E neppure come ipotesi di lavoro le proposizioni
metafisiche appaiono accettabili; perché per una ipotesi è
essenziale poter connettersi logicamente con proposizioni empiriche
(vere o false), e proprio questo manca alle pseudoproposizioni.
Facendo riferimento alla cosiddetta limitatezza dell'umana
conoscenza, vien talvolta sollevata la seguente obiezione, allo
scopo di salvare la metafisica: le proposizioni metafìsiche
certamente non possono esser verificate dall'uomo o da un qualsiasi
altro essere finito; ma potrebbero pur sempre valere come
supposizioni circa le risposte che un essere superiore, o
addirittura perfetto, per capacità conoscitive darebbe alle nostre
domande; e, come supposizioni, sarebbero in ogni caso dotate di
senso. Contro questa obiezione, si deve replicare che se non è
possibile specificare il significato di una parola, o se la
successione di parole non è formata secondo le regole della
sintassi, allora non ci troviamo neppure di fronte a una domanda.
(Si pensi, per esempio, alle pseudoquestioni: « questo tavolo è
babico? »; «il numero sette è santo?»; «sono più scuri i numeri pari
o i numeri dispari? »). Dove non sussiste domanda alcuna, nemmeno un
essere onnisciente può dare una risposta. Ma l'obiettore forse ora
dirà che, come chi possiede la vista può comunicare al cieco una
nuova conoscenza, così un essere superiore ci potrebbe far sapere
qualcosa circa la conoscenza metafisica, per esempio,che il mondo
visibile è manifestazione di uno spirito. Ma cosa è una « nuova
conoscenza »? Possiamo certamente immaginare d'incontrare degli
esseri animati che c'informino intorno a un nuovo senso. Se questi
esseri sapessero dimostrare il teorema di Fermat, o inventare un
nuovo strumento fisico, o proporre una fìn qui sconosciuta legge
naturale, allora la nostra conoscenza si arricchirebbe col loro
aiuto. Infatti, cose simili si possono poi verificare, allo stesso
modo che il cieco può capire e mettere alla prova l'intera fìsica (e
con ciò tutte le proposizioni di coloro che possiedono la vista). Ma
se quegli ipotetici esseri dicono cose che non si possono
verificare, allora noi non le possiamo neppure capire; in tal caso,
non ci troviamo di fronte a una comunicazione, ma a meri suoni
vocali senza senso, anche se, per avventura, dotati di associazioni
rappresentative. Pertanto, un altro essere - non fa differenza, se
egli ne sappia di più o di meno di noi, o sia onnisciente - non può
che accrescere quantitativamente la nostra conoscenza, essendo
escluso che vi possa aggiungere una conoscenza che per principio sia
di nuova specie. Ciò che per noi è incerto, può diventare più certo
con l'aiuto di un altro;ma ciò che per noi è inconcepibile, senza
senso, non può diventare affatto sensato con l'aiuto di un altro,
per quanto egli ne possa sapere. Quindi, non c'è dio, ne diavolo,
che possa procurarci una conoscenza metafisica.
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Gli esempi di proposizioni
metafisiche analizzati sono tutti presi da una sola trattazione. Ma
i risultati valgono anche, e in parte letteralmente allo stesso
modo, per altri sistemi metafisici. Allorché quella trattazione cita
con approvazione una proposizione di Hegel (« il puro Essere e il
puro Nulla sono dunque la medesima cosa »), il richiamo è
perfettamente legittimo. La metafìsica di Hegel, dal punto di vista
logico, ha esattamente lo stesso carattere rinvenuto nell'altra
metafisica moderna. E ciò vale per tutti gli altri sistemi
metafisici, anche se il tipo delle locuzioni, e quindi il genere di
errore logico, si discosta più o meno dalla specie degli esempi
considerati. Forse, la maggior parte degli errori logici commessi
nelle pseudoproposizioni derivano dai difetti logici che ineriscono
all'uso della parola « essere » nella nostra lingua (e delle
corrispondenti parole nelle altre lingue, per lo meno nella maggior
parte di quelle europee). Il primo errore sta nell'ambiguità della
parola « essere », la quale, da un lato, viene adoperata come copula
davanti a un predicato (« io sono stanco »); dall'altro, è usata
come termine designante l'esistenza («io sono»). Questo errore è poi
aggravato dal fatto che spesso i metafìsici non hanno coscienza di
tale ambiguità. Il secondo errore sta nella forma del verbo « essere
» inteso nel suo secondo significato, quello dell'esistenza. La
forma verbale suggerisce illusoriamente l'idea di un predicato,
laddove non ne sussiste alcuno. Che l'esistenza non sia un
attributo, lo si sapeva già da un pezzo (cfr. la confutazione
kantiana della dimostrazione ontologica dell'esistenza di Dio). Ma
solo la logica moderna è, a questo proposito, completamente
conseguente: essa introduce il segno esistenziale in una forma
sintattica tale da non poter esser riferito come predicato a un
segno individuale, bensì solamente a un predicato (cfr. per esempio
la proposizione “ –($
x) . Fu (x)” ) . La maggior parte dei
metafisici, fin dall'antichità, si è lasciata trarre in inganno
dalla forma verbale, cioè predicativa, della parola « essere », così
da formulare pseudo-proposizioni come « io sono » o « Dio è ».
-
Un esempio di questo errore
lo troviamo nel cogito, ergo sum di Cartesio. Dalle
perplessità di carattere contenutistico che sono state fatte valere
contro la premessa - se, cioè la proposizione « io penso », sia
un'adeguata espressione dello stato di cose descritto, o se non
contenga piuttosto un'ipostatizzazione – sin può prescindere, e
considerare le due proposizioni da un punto di vista esclusivamente
logico-formale. Qui, noi notiamo due fondamentali errori logici. Il
primo sta nella conclusione « io sono ». In questo caso, il verbo «
essere » è senza ' dubbio inteso nel senso dell'esistenza; poiché
una copula non può essere adoperata senza predicato, e l'« io penso
» di Cartesio è sempre stato interpretato in questo senso. Ma
allora, questa proposizione contraddice la summenzionata regola
logica, secondo cui l'esistenza può essere asserita solo in
connessione con un predicato, e non in connessione con un nome
(soggetto, nome proprio). Una proposizione esistenziale non ha la
forma «a esiste» (come nel caso di «io sono», cioè «io esisto»),
bensì la forma « esiste qualcosa di questa o quella sorta ». Il
secondo errore sta nel passaggio da « io penso » a « io esisto». Se
dalla proposizione "P(a)" («ad a inerisce la
proprietà P») si vuol dedurre una proposizione esistenziale,
allora quest'ultima può asserire l'esistenza solo in rapporto al
predicato P, e non in rapporto al soggetto a della premessa.
Da « io sono un europeo » non consegue
« io esisto », bensì “ esiste un
europeo ”. Da « io penso » non consegue « io sono »,bensì « esiste
qualcosa che pensa ».
-
Il fatto che le
nostre lingue esprimano l'esistenza con un verbo (« essere », o «
esistere ») non è, in sé, un errore logico,ma solo una circostanza
inopportuna, pericolosa. La forma verbale c'induce facilmente
nell'erronea convinzione che l'esistenza sia un predicato. Si
arriva così a modi di espressione logicamente assurdi, e quindi
privi di senso, come quelli che abbiamo visto. La stessa origine
hanno forme come « l'ente » o « il non-ente », che hanno sempre
svolto una parte di primo piano nella metafisica. In un linguaggio
logicamente corretto forme di tal genere non si possono nemmeno
costruire. A quanto pare, si sono introdotte nella lingua latina e
in quella tedesca, forse seguendo l'esempio ingannevole del greco,
le forme "ens" e, rispettivamente," das Seiend", a uso
e consumo dei metafìsici; ma in questo modo, mentre si credeva di
ovviare a una carenza, si peggiorava la logica della lingua.
-
Un'altra
frequentissima violazione delle regole della sintassi
logica è la cosiddetta confusione dei tipi dei concetti.
Mentre l'errore sopra ricordato
consiste nell'adoperare un segno con significato non predicativo
come se fosse un predicato, in questo caso un predicato viene, sì,
usato come predicato, ma come predicato di un altro « tipo »
concettuale; abbiamo, cioè, il caso di una violazione delle regole
della cosiddetta « teoria dei tipi ». Un esempio appositamente
ideato per mettere in evidenza ciò è la proposizione considerata in
precedenza: « Cesare è un numero primo ». I nomi di persona e i nomi
dei numeri appartengono a tipi logici diversi, e, quindi, anche i
predicati di persone (per esempio, « condottiero ») e i predicati di
numeri (« numero primo ») appartengono a tipi differenti. L'errore
della confusione dei tipi, a differenza del già discusso uso
linguistico relativo al verbo «essere», non è proprio della sola
metafisica, ma compare molto spesso anche nel linguaggio quotidiano.
Qui, tuttavia conduce di rado a dire cose prive di senso; la
equivocità delle parole rispetto ai tipi concettuali è in questo
caso tale, che detta confusione è facilmente eliminabile.
Esempio: 1) « Questo tavolo è maggiore
di quello ». 2) « L'altezza di questo tavolo è maggiore dell'altezza
di quello ». La parola « maggiore » viene qui usata, in 1) come
relazione fra oggetti, in 2) come relazione fra numeri: cioè per due
diverse categorie sintattiche. In questo caso, l'errore è
inessenziale; lo si potrebbe, per esempio, eliminare scrivendo «
maggiore 1 » e « maggiore
2»; quindi, sarebbe possibile
definire « maggiore 1 » in
termini di « maggiore 2» ,
dichiarando che le forme proposizionali (1) e (2) sono sinonimo (e
similmente).
-
Dal momento che la
confusione dei tipi concettuali non arreca alcun danno nel
linguaggio quotidiano, si è soliti non darvi importanza. Ciò è senza
dubbio lecito per quanto riguarda l'uso linguistico comune, ma
produce delle conseguenze disastrose nella metafìsica. Mal
consigliati dall'abitudine dell'uso linguistico quotidiano, i
metafisici si sono lasciati indurre in certe confusioni di tipi
concettuali che, a differenza di quelle del linguaggio usuale, non
si possono più tradurre in forma logicamente corretta. Pseudo
proposizioni di questa specie si trovano con particolare frequenza,
per esempio, in Hegel e in Heidegger, il quale ultimo, insieme con
molte peculiarità della forma linguistica hegeliana, ha accolta
anche l'eredità di parecchi suoi difetti logici. (Per esempio,
alcune proprietà, che dovrebbero riferirsi a oggetti di una certa
specie, vengono invece riferite a una proprietà di questi oggetti, o
all'« essere », o all'« esserci », o a una relazione fra questi
oggetti)
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Dopo aver visto come
molte proposizioni metafisiche siano prive di senso, sorge la
domanda se non vi possa tuttavia essere nella metafisica un certo
nucleo di proposizioni dotate di senso, nucleo che rimarrebbe
disponibile una volta eliminate le proposizioni prive di senso.
Anche tenendo conto dei risultati cui siamo giunti, è pur sempre
possibile pensare che la metafìsica contenga, sì, molti pericoli di
cadere in insensatezze, ma che, volendo occuparsi di metafisica,
occorra solo star molto attenti onde evitare accuratamente tutti
quei pericoli. In realtà, il fatto è che non si possono dare per
nulla delle proposizioni metafìsiche dotate di senso. Questo
consegue dallo stesso intento di ogni metafisica: trovare e
rappresentare una conoscenza per principio inaccessibile alla
scienza empirica. Abbiamo già visto come il senso di una
proposizione stia nel metodo della sua verificazione. Una
proposizione vuoi dire solo ciò che in essa è verificabile.
Pertanto, una proposizione, ammesso che voglia dire qualcosa, può
significare soltanto dei fatti empirici. Una cosa per principio
posta al di là dell'esperibile non potrebbe essere né detta, né
pensata, né indagata.
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Le proposizioni
(sensate) si suddividono nelle seguenti specie. In primo luogo, vi
sono proposizioni vere in virtù della sola forma (“tautologie”,
secondo Wittgenstein; esse corrispondono all'incirca ai « giudizi
analitici » di Kant), le quali non asseriscono nulla intorno alla
realtà. A questa specie appartengono le formule della logica e della
matematica, le quali non sono in sé stesse degli enunciati sulla
realtà, ma servono alla trasformazione di tali enunciati. In secondo
luogo, vi sono le negazioni di tali proposizioni ("
contraddizioni"), le quali sono auto-contraddittorie, ossia false in
virtù della sola forma. Per quanto riguarda tutte le rimanenti
proposizioni, la decisione circa la verità o falsità dipende dai
protocolli. Esse sono pertanto delle proposizioni empiriche (vere o
false) e appartengono al dominio della scienza empirica. Se si vuoi
costruire una proposizione che non appartenga
a una di queste tre specie, ne risulta automaticamente una frase
priva di senso. E, dal momento che la metafìsica non vuole ne
esprimere proposizioni analitiche, ne rientrare nel campo della
scienza empirica, essa si trova costretta o a fare uso di parole
prive di criteri di controllo, e pertanto vuote di significato,
oppure a combinare parole dotate di significato, ma organizzandole
in modo che non ne risulti ne una proposizione analitica
(tautologica o contraddittoria), ne una proposizione empirica. In
entrambi i casi, ne conseguono necessariamente delle
pseudoproposizioni.
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Ma che cosa rimane
mai, allora, per la filosofia, se tutte le proposizioni che
significano qualcosa sono di natura empirica e appartengono alla
scienza reale? Ciò che rimane non sono nè delle proposizioni, ne una
teoria, ne un sistema,ma semplicemente un metodo, cioè il
metodo dell'analisi logica. Nel suo uso positivo, l'analisi logica
serve alla elucidazione dei concetti e delle proposizioni dotati di
senso, alla fondazione logica della scienza reale e della
matematica. L'uso negativo di questo metodo di analisi diventa
necessario e importante nella presente situazione storica. Ma più
fecondo, anche nella stessa prassi del presente, è l'uso positivo
del metodo : il compito dell'analisi logica, l'indagine sui
fondamenti, è ciò che si intende parlando di una "filosofia
scientifica", che si oppone alla metafisica.
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Ma come mai tanti
uomini dei più diversi periodi e
popoli, non esclusi ingegni eminenti, hanno in effetti dedicato
tanta cura, e anzi addirittura passione, alla metafisica, se questa
non contiene altro che mere parole combinate in frasi senza senso? E
come si potrebbe comprendere il fatto che i libri di metafisica
abbiano esercitato un influsso tanto forte sugli ascoltatori e i
lettori, se essi non contenessero neppure degli errori, anzi,
proprio nulla? Sono queste delle perplessità che sussistono ben a
ragione, poiché la metafisica contiene effettivamente qualcosa;
solo, che questo non ha valore teoretico. Le (pseudo-) proposizioni
della metafisica non servono alla rappresentazione di dati
di fatto ne esistenti (allora si tratterebbe di proposizioni
vere), ne inesistenti (allora si tratterebbe, per lo meno, di
proposizioni false), ma servono solo alla espressione del
sentimento della vita.
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Forse, non è errato supporre che
il mito stia all'origine della metafisica. Il bambino è adirato
contro il « tavolo malvagio » che gli ha fatto male nell'urto; il
primitivo si preoccupa di rabbonire il minaccioso demone del
terremoto o adora con gratitudine la divinità della pioggia
fecondatrice. Ci troviamo, qui, di fronte a personificazioni di
fenomeni naturali, le quali esprimono in modo quasi poetico il
rapporto emotivo dell'uomo con l'ambiente. Il retaggio del mito è,
da un lato, raccolto dalla poesia, che consapevolmente fa uso di
tutti i mezzi atti a produrre e a esaltare quanto il mito svolge in
funzione della vita; e, dall'altro, dalla teologia, in cui il mito
si sviluppa in sistema. Qual è, allora, la parte che la metafisica
sostiene nella storia? Forse non è errato scorgervi un surrogato
della teologia al livello del pensiero sistematico, concettuale. Le
(presunte) fonti soprannaturali della conoscenza della teologia
vengono allora sostituite da fonti di conoscenza naturali, ma
ritenute atte a trascendere l'esperienza. A un'indagine più
approfondita, pur nella nuova veste ripetutamente variata, si può
tuttavia riconoscere lo stesso contenuto del mito: anche la
metafìsica nasce dal bisogno dell'uomo di esprimere il proprio
sentimento della vita, il proprio atteggiamento emotivo e volitivo
verso l'ambiente, verso la società, verso i compiti cui egli è
dedito e verso le traversie che deve sopportare. Questo sentimento
della vita si estrinseca, per lo più inconsapevolmente, in tutto ciò
che l'uomo fa e dice; s'imprime anche nei suoi lineamenti e, forse,
perfino nella sua andatura. Ora, molti uomini avvertono l'esigenza
di dare una particolare forma, oltre a quella consueta,
all'espressione del loro sentimento della vita, affinchè esso
diventi percepibile in modo più intenso e penetrante. Se tali uomini
hanno delle capacità artistiche, allora trovano la possibilità di
esprimersi nella creazione di un'opera d'arte.
-
La maniera in cui il sentimento
della vita si palesa nello stile e nella forma dell'opera d'arte è
stata già messa in luce da diversi autori (per esempio, da Dilthey e
dai suoi scolari). (A questo proposito si usa spesso l'espressione
Weltanschauung; la evitiamo solo per via della sua ambiguità,
in virtù della quale la distinzione fra sentimento della vita e
teoria va confusa, mentre essa è decisiva per la presente analisi).
Qui, per le nostre considerazioni, c'è un solo punto essenziale,
cioè che, come mezzo di espressione del sentimento della vita,
l'arte è lo strumento adeguato, mentre la metafìsica non lo è. In sé
e per sé, naturalmente, non vi sarebbe nulla da obiettare contro
l'uso di un qualsiasi mezzo di espressione. Ma in metafisica si dà
il caso che la forma di espressione è ingannevole, in quanto crea
l'illusione di un contenuto che essa non ha. Si tratta della forma
di un sistema di proposizioni collegate fra loro da una (apparente)
relazione di implicazione, ossia la forma di una teoria. E questo
porta a credere che vi sia un contenuto teoretico, laddove, invece
una cosa del genere non sussiste affatto. Lo stesso metafisico
rimane vittima dell'illusione che le proposizioni metafisiche
significhino qualcosa, descrivano situazioni di fatto. Il metafisico
crede di muoversi in un àmbito riguardante il vero e il falso. In
realtà, viceversa, egli non asserisce nulla, ma si limita a
esprimere dei sentimenti, come un artista. E che il metafisico sia
vittima di questa illusione, non lo possiamo desumere dalla semplice
circostanza che egli sceglie come mezzo di espressione il linguaggio
e come forma di espressione le proposizioni enunciative; infatti, il
poeta lirico fa lo stesso, senza tuttavia soggiacere al medesimo
inganno. Ma il metafisico adduce argomenti a sostegno delle sue
proposizioni, richiede l'assenso circa il loro contenuto, polemizza
contro il metafìsico di altro indirizzo, cercando di confutare le
sue proposizioni nella propria dottrina. Il lirico, al contrario,
non si cura di confutare con la sua poesia le proposizioni tratte
dalla poesia di un altro lirico; egli sa, in effetti, di operare
nell'ambito dell'arte e non in quello della teoria.
-
Forse, la musica è il più puro
mezzo espressivo del sentimento della vita, poiché sa affrancarsi
nel modo più radicale da ogni riferimento oggetti vo. Il sentimento
armonioso della vita, ciò che il metafisico vuoi esprimere in un
sistema monistico, si rivela con maggior chiarezza nella musica di
Mozart. E quando il metafisico rappresenta il suo sentimento della
vita di tipo eroico-drammatico in un sistema dualistico, non può
darsi che lo faccia solo perché gli manca la capacità di un
Beethoven di esprimere questo sentimento con mezzi adeguati? I
metafisici non sono che dei musicisti senza capacità musicale. In
compenso, possiedono una forte inclinazione a lavorare con strumenti
teoretici, combinando concetti e pensieri. Ma ecco che, in luogo di
concretare questa inclinazione nell'ambito della scienza, da una
parte, e di soddisfare separatamente il bisogno espressivo
nell'arte, dall'altra, il metafisico confonde le due cose e crea un
miscuglio che risulta tanto inefficiente per la conoscenza, quanto
inadeguato per il sentimento.
-
La congettura, secondo cui la
metafisica non sarebbe altro che un surrogato, e per di più
insufficiente, dell'arte, pare confermata anche dal fatto che
proprio il metafisico dal più forte temperamento artistico che forse
si sia mai dato, cioè Nietzsche, ha commesso meno di tutti l'errore
di quella commistione. La maggior parte delle sue opere ha un
prevalente contenuto empirico; vi si tratta, per esempio,
dell'analisi storica di determinati fenomeni artistici, ovvero
dell'analisi storico-psicologica della morale. Tuttavia, nell'opera
in cui egli esprime con la massima efficacia ciò che altri dicono
per mezzo della metafìsica o dell'etica, ossia in Così parlò
Zarathustra, non sceglie l'equivoca forma teoretica, ma si
decide apertamente per la forma dell'arte, la poesia
Critica
La prima considerazione che va fatta
su queste tesi riguarda l’aspetto legato alla sensibilità storica che si
manifesta in esse. Questo costituisce infatti già un primo forte limite
dell’impostazione di Carnap. Ovviamente per fare della filosofia in
senso più propositivo (parlando direttamente di problemi filosofici),
non è strettamente necessario conoscere la storia della filosofia, anche
se si rischia comunque in tal caso di ripresentare tesi già note magari
in forma più semplicistica e/o banale. Ma altro è quando si vuole
criticare un’istanza presente in maniera forte nella tradizione
filosofica precedente, quale può essere l’istanza metafisica. In tal
caso, la conoscenza anche dettagliata del pensiero precedente è
necessaria, soprattutto se si pretende di individuare una serie di
fattori comuni che enucleerebbero quella che chiamiamo metafisica.
Infatti, se tale approfondimento storico non viene fatto, si può elidere
una proprietà comune, ma più spesso si può presentare una proprietà
comune del pensiero metafisico che, invece, tanto comune non si rivela
ad un’analisi più approfondita. Ad esempio, Carnap considera
“metafisici” pensatori come Nietzche e Heidegger, che a loro volta non
si considerano tali (e che anzi considerano la metafisica in maniera
almeno in parte negativa), e sulla critica al linguaggio heideggeriano
basa una parte sostanziosa della sua critica presente alla metafisica.
Questo significa fare un torto ad Heidegger e Nietzche e significa fare
un torto alla tradizione metafisica che si può considerare non
rappresentata da questi pensatori. Naturalmente, Carnap ha la pretesa di
poter considerare metafisici questi pensatori loro malgrado, ma questo
presupporrebbe una definizione preliminare della “metafisica” che non
solo sia esplicitata, ma che soprattutto sia tale che anche i pensatori
che si considerino metafisici siano disposti a riconoscere come
appropriata: Carnap non opera tale definizione (almeno in questa sede),
anche se essa si può desumere dalla sua analisi per cui si può intendere
“metafisica” una teoria le cui proposizioni non siano traducibili in
proposizioni protocollari e/o non siano verificabili empiricamente. Ma
questa definizione può non essere condivisa da tutti coloro che si
professano metafisici o che sono considerati “metafisici” dalla maggior
parte delle storie della filosofia (ad es. un mistico, tipo Plotino, può
pretendere di avere un rapporto con una serie di esperienze vissute,
oppure uno Stoico può considerare la propria metafisica come una serie
di inferenze logicamente lecite sulla base di proposizioni empiriche di
partenza). A questo punto andrebbe aperta una discussione sull’accezione
del termine “empiria” o “esperienza” che però Carnap non fa (almeno in
questa sede). Questa mancanza di rigore ermeneutico ha delle conseguenze
rilevanti in tutta la trattazione carnapiana. Infatti, gli esempi
addotti da Carnap per criticare la metafisica risultano essere molto
differenziati tra loro: la critica al concetto heideggeriano di Nulla da
un lato trascura l’ermeneutica heideggeriana del termine, mentre d’altro
canto in parte riprende alcuni temi della tradizione metafisica non
creazionista e/o anticristiana (il primo a criticare il concetto di non-
Essere fu Parmenide e Bruno e Spinoza avrebbero sottoscritto tale
critica); la critica all’argomentazione cartesiana del Cogito ergo
sum a sua volta riprende critiche già svolte da pensatori
considerati metafisici da Carnap e dunque non fa testo se si vuole
criticare la metafisica nel suo complesso. Riprenderemo questo tema più
avanti, argomentando che altro è criticare alcune argomentazioni
metafisiche, altro è dire che tutte le argomentazioni metafisiche siano
insensate.
La seconda considerazione che va
fatta sulle tesi di Carnap riguarda l’accezione di “senso” che rende le
proposizioni metafisiche “insensate”. Qui Carnap, come gli altri
neopositivisti, opera una strategia retorica degna dei sofisti più
spregiudicati. Analizziamo con calma : Carnap prima parla di “insensato”
in senso stretto e in senso esteso, includendo la contraddizione nell’
“insensato” in senso esteso (concezione singolare in chi non contesta il
pdnc), ma inserendo il discorso metafisico nell’ “insensato” in senso
stretto. Tale inserimento è sicuramente contestabile perché è
conseguente ad una restrizione dell’ambito di ciò che ha senso,
restrizione su cui esiste da sempre una discussione che storicamente si
è rivelata infausta poi per il Neopositivismo. Carnap finge di
considerare ovvia la giustezza di tale restrizione, ne rimuove il
carattere quanto meno opinabile, e usa poi il termine “insensato” come
se si riferisse ad un discorso assolutamente incomprensibile a chiunque,
pretendendo così anche di rimarcare una differenza di sostanza tra la
prospettiva neopositivista e quella della tradizione antimetafisica
precedente. Ma tale differenza di sostanza implica una nuova concezione
del significato che va argomentata preliminarmente, cosa che Carnap fa
solo in parte (almeno in questo testo). E vedremo ora come.
La terza considerazione che va infatti elaborata
sulle tesi carnapiane è quella che riguarda il radicamento empiristico
del criterio di significanza : Carnap inizialmente si domanda in che
consista il significato di una parola e dice che per saperlo bisogna
prima che sia stabilita la sintassi della parola e cioè il modo di
ricorrere nella più semplice forma proposizionale in cui essa può
comparire (forma che viene chiamata la proposizione elementare della
parola stessa) e fa l’esempio per cui la proposizione elementare per la
parola “pietra” è “ x è una pietra ”. Ora, la domanda che noi ci poniamo
è se è possibile stabilire la sintassi di una parola (visto che la
sintassi tratta delle relazioni tra termini e non dovrebbe studiare un
termine grammaticale considerato in se stesso), e se si possa stabilire
una sola più semplice forma proposizionale in cui compare una parola ( e
se invece non siano possibili molte forme), e perché questa forma
proposizionale preveda che ad es. “pietra” abbia una funzione solo
predicativa. Già il fatto che questi presupposti passino così, senza
ulteriore riflessione, rende problematico il ragionamento con cui Carnap
vuole argomentare un congedo dalla metafisica che vorrebbe essere
definitivo. Costituita una presunta proposizione elementare (A), Carnap
si domanda quali proposizioni sono deducibili da (A) e da quali
proposizioni (A) si possa dedurre. Ora, questa operazione si può
definire una volta e per tutte ? Argomentare in questo senso non pare
cosa da poco, ma Carnap considera questa possibilità già messa in atto e
questo è un altro punto che suscita perplessità. Proprio per questo
l’equivalenza di “Da quali
proposizioni è deducibile la (A), e quali proposizioni sono
deducibili dalla (A)” e “In quali condizioni la (A) è vera, e in quali è
falsa ” diventa oggetto di dubbio, dal momento che non essendo
elencabili tassativamente le proposizioni correlate ad (A) attraverso
l’implicazione, nemmeno si può sapere a quali condizioni (A) possa
essere considerata sicuramente falsa o vera. Dunque il senso di (A) non
può essere del tutto equivalente alle condizioni della sua
verificazione, dal momento che queste non possono essere date una volta
e per tutte. Carnap però aggiunge anche un ulteriore elemento di
arbitrio quando dice che ogni parola del linguaggio scientifico va
ridotta infine alle parole corrispondenti inserite nelle proposizioni
protocollari (o “proposizioni di osservazione”) e che tale riduzione dà
al termine il suo significato. Anche qui, altro è ipotizzare la
necessità di interrompere ad un certo punto la riduzione (o meglio la
traduzione) delle proposizioni scientifiche ad altre proposizioni, altro
è dire che il ricorso a proposizioni protocollari è una dei possibili
esiti di tale sequenza di riduzioni , altro ancora però è dire che
questo ricorso sia l’unico esito praticabile. Ma Carnap
giunge arbitrariamente proprio a questa conclusione.
Egli, inoltre, continua ad affermare che
tutte le proposizioni che si vogliano definire scientifiche devono
potersi ridurre a proposizioni protocollari, quale che sia la forma e il
contenuto che queste ultime possano assumere, forma e contenuto che sono
oggetto di questioni che il Carnap ammette non essere ancora giunte a
conclusione univoca. A questo punto le perplessità aumentano : da un
lato si vuole un saldo ancoraggio delle proposizioni scientifiche nella
dimensione empirica, ma d’altro canto la dimensione empirica risulta
difficile da individuare sia nella forma che nel contenuto. Carnap
rimuove il carattere aporetico di tale impostazione e ribadisce la
validità di un criterio di significanza che si rivela per ora
assolutamente privo di contenuto : infatti,
se non si sa quale specie di proposizione va
considerata “protocollare”, come si fa a stabilire se una proposizione
sia riducibile ad una proposizione protocollare ?
Il fatto che il criterio empiristico
di significanza sia l’esito di una argomentazione non del tutto cogente
trova conferma poi nel fatto che la divisione tra tautologie logiche e
proposizioni empiricamente verificabili non sembra a prima vista
esaurire in linea di principio l’ambito delle proposizioni
cognitivamente rilevanti (anche se in linea di fatto trovare
proposizioni che non rientrano in nessuna delle due categorie può essere
molto difficile) e soprattutto, come vedremo poi, Carnap non riesce
nemmeno a mostrare il collegamento tra le aporie specifiche di
determinate posizioni metafisiche evidenziate in queste pagine e la
mancanza di collegamento a proposizioni protocollari che egli rimprovera
più in generale alla metafisica. E questo problema non è senza rapporto
con il fatto che applicando il criterio di significanza alle tesi stesse
dei Neopositivisti si è spesso incappati in un vero e proprio
cortocircuito epistemico. Ed anche col fatto che la pars construens
dell’epistemologia neopositivista, volta a giustificare i
presupposti stessi delle scienze, ha incontrato difficoltà ad applicare
i criteri troppo restrittivi di significanza da essa stessa elaborati.
Carnap poi analizza le conseguenze
derivanti dall’uso erroneo della parola “essere” nelle lingue
occidentali : questa parola sconta un’iniziale ambiguità data dal fatto
che da un lato, viene adoperata come copula davanti a un predicato («
io sono stanco »); dall'altro, è usata come termine designante
l'esistenza («io sono»). Il secondo problema sta nella forma del verbo «
essere » inteso nel suo secondo significato, quello dell'esistenza. La
forma verbale suggerisce illusoriamente l'idea di un predicato, laddove
non ne sussiste alcuno. Che l'esistenza non sia un attributo, lo si
sapeva già da un pezzo (vedi la confutazione kantiana della
dimostrazione ontologica dell'esistenza di Dio). Ma solo la logica
moderna è, a questo proposito, completamente conseguente: essa introduce
il segno esistenziale in una forma sintattica tale da non poter esser
riferito come predicato a un segno individuale, bensì solamente a un
predicato. La maggior parte dei metafisici, fin dall'antichità, si è
lasciata trarre in inganno dalla forma verbale, cioè predicativa, della
parola « essere », così da formulare pseudo-proposizioni come « io sono
» o « Dio è ». Una proposizione
esistenziale non ha la forma «a esiste» (come nel caso di «io sono»,
cioè «io esisto»), bensì la forma « esiste qualcosa di questa o quella
sorta ».
Questa tesi di Carnap va affrontata
seriamente e va discussa sin dalla sua iniziale articolazione (dalla
riflessione di Kant, Frege e Russell). Non è questo il luogo opportuno
per farlo con il dovuto approfondimento. Qualcosa però può essere detto:
in primo luogo c’è un’altra accezione del termine “essere” ed è quello
che esprime l’identità (ad es. “A è A” o “Maigret è il commissario
narrato da Simenon”). L’identità e la predicazione vanno analizzate
sulla base dell’ipotesi che abbiano qualcosa in comune. Si può altresì
ipotizzare che l’esistenza sia collegata all’identità intertemporale
(l’essere identici a se stessi nel tempo) di un qualsiasi soggetto.
Perciò la distinzione tra le tre accezioni del significato di “essere”
potrebbe non essere assoluta. In secondo luogo, la tesi che la forma “a
esiste” sia impropria non è cogente, dal momento che è possibile sempre
associare ad un nome una descrizione (altrimenti il nome stesso non si
potrebbe attribuire) e dunque, tramite questa, costruire frasi come
“Napoleone è effettivamente esistito” oppure “Dio esiste”, Infine
“qualcosa di questa o quella sorta” forse non è immediatamente un nome
proprio, ma non si può nemmeno identificare sic et simpliciter
con un predicato tipo “rosso”, ma rappresenta una categoria intermedia,
su cui è necessario un approfondimento. Di sicuro la tesi di Carnap però
è troppo sbrigativa.
Per quel che riguarda la critica a
Descartes, Carnap trascura il fatto che non si tratta di una mera
deduzione di “Io esisto” da “Io penso” (giacché è vero che dall’atto del
pensare si deduce che esiste qualcosa che pensa), ma dalla riflessione
su chi sia colui che dubita circa l’esistenza dell’Io. Ma anche questa
aporia è troppo complessa per essere risolta in poche battute, come
presume di fare Carnap né può essere considerata un motivo valido per
tacciare la metafisica di insensatezza, quanto piuttosto una ragione per
approfondire l’argomento di Descartes, magari anche con l’aiuto degli
strumenti analitici che Carnap ha contribuito ad approntare (oggi non si
può pensare di analizzare un argomento del genere senza approfondire il
tema degli indicali).
L’ultima critica che Carnap fa ad
alcuni ragionamenti metafisici è quella che tali ragionamenti violano la
teoria dei tipi (ad esempio attribuendo proprietà ad altre proprietà
etc.). In realtà a tal proposito non si sa se la teoria dei tipi sia la
miglior soluzione del problema delle antinomie logiche, né se essa può
essere estesa anche al cosiddetto linguaggio naturale, con effetti che
in Carnap sembrano anche più restrittivi della classica teoria dei
tipi. Quindi anche in questo contesto la critica carnapiana non sembra
essere decisiva.
Al di là di tutto, queste critiche di
Carnap, più che potersi collegare con la teoria dell’insensatezza della
metafisica, sono una sequenza di argomentazioni che possono stare
benissimo all’interno di una normale critica filosofica ad alcuni
concetti e/o dimostrazioni della metafisica stessa. E’Carnap che
ideologicamente vuole dare ad esse una valenza complessiva, diversa e
più radicale.
Passiamo infine alla spiegazione del
fatto che molti uomini nel corso della storia hanno usato concetti della
metafisica pensando di comprendere quel che essi dicevano o scrivevano.
Questa tesi singolare (comune a molti maestri del sospetto) Carnap la
espone dicendo che la metafisica (che nasce quando un termine,
anticamente avente un senso, lo perde attraverso un uso metaforico di
esso) non serve alla rappresentazione di dati di fatto né esistenti né
non esistenti (altrimenti si tratterebbe solo di proposizioni false), ma
serve solo all’espressione del sentimento della vita, il proprio
atteggiamento emotivo e volitivo verso l’ambiente naturale e sociale,
che va distinto nettamente dalla teoria. Carnap aggiunge che molti
uomini avvertono l'esigenza di dare una particolare forma, oltre a
quella consueta, all'espressione del loro sentimento della vita. Se tali
uomini hanno delle capacità artistiche, allora trovano la possibilità di
esprimersi nella creazione di un'opera d'arte. Ora, il metafisico crede
di muoversi in un ambito riguardante il vero e il falso. In realtà egli
non asserisce nulla, ma si limita a esprimere dei sentimenti, come un
artista; il poeta lirico fa lo stesso, senza tuttavia soggiacere al
medesimo inganno: egli sa, in effetti, di operare nell'ambito dell'arte
e non in quello della teoria. I metafisici invece sono come dei
musicisti senza capacità musicale. In compenso, possiedono una forte
inclinazione a lavorare con strumenti teoretici, combinando concetti e
pensieri. Ma ecco che, in luogo di concretare questa inclinazione
nell'ambito della scienza, da una parte, e di soddisfare separatamente
il bisogno espressivo nell'arte, dall'altra, il metafisico confonde le
due cose e crea un miscuglio che risulta tanto inefficiente per la
conoscenza, quanto inadeguato per il sentimento.
Quest’ultima tesi di Carnap è
altrettanto problematica : in primo luogo dire che l’uso metaforico di
un termine gli toglie senso significa tarpare le ali alle facoltà
conoscitive che spesso presiedono alla formazione delle ipotesi
scientifiche e delle invenzioni intellettuali. In secondo luogo, la
ricostruzione che egli fa della storia del mito e della metafisica è
piuttosto semplicistica. In terzo luogo, il sentimento della vita rimane
un concetto esplicativo piuttosto vago, e la sua distinzione dalla
teoria impedisce proprio quella spiegazione sul ruolo rappresentativo
svolto da quelle che dovrebbero essere solo espressioni emotive. In
quarto luogo, la concezione rozza che sembra avere dell’arte
(completamente separata dalle funzioni teoretiche) ricorda la più
raffinata concezione crociana, che tuttavia tanto è stata criticata da
intere generazioni di studiosi di letteratura ed alla fine abbandonata
dal suo stesso ideatore; l’artista tra l’altro non crediamo neghi che la
sua opera abbia un rapporto con una certa accezione di verità. In quinto
luogo, non si capisce come delle emissioni vocali possano esprimere
qualcosa senza avere un senso, né si intende come qualsiasi uso
pragmatico del linguaggio non sia collegabile ad una descrizione di uno
stato di cose possibile o reale. Carnap a tal proposito nega in questi
passi contenuto teoretico alla metafisica, ma prima egli voleva negare
un qualsiasi significato ad essa : a nostro parere, per poter spiegare
il successo della metafisica, Carnap è costretto a sfumare
implicitamente la portata della sua critica e ad accostarsi ad un più
generico empirismo antimetafisico (che cioè denuncia la falsità, ma non
l’insensatezza, della metafisica). Infine Carnap non spiega perché la
metafisica debba essere un miscuglio e non possa essere una sintesi che
metta insieme le istanze conoscitive della scienza e quelle emotive
dell’arte, a meno che non voglia sostenere una tesi irrealistica come
quella della distinzione netta tra dimensione conoscitiva e dimensione
esistenziale ed emozionale della vita umana.
Volendo concludere questa analisi
critica, Carnap ed i neopositivisti hanno buttato un grande sasso nella
piccionaia della filosofia. Tuttavia la loro critica si rivela, ad
un’analisi più approfondita, discutibile nei presupposti, sbrigativa
nell’analisi, superficiale nelle conclusioni. Da essa noi prendiamo
l’esigenza, per chi voglia fare filosofia ed anche per l’aspirante
metafisico, di coniugare alla ricchezza ermeneutica il rigore
dell’analisi logico-linguistica. Ma se togliamo questi stimoli
costruttivi (che sono importanti), quel che rimane è una sorta di
circolare interna ad uso degli aderenti al movimento neopositivista al
fine di selezionare i contenuti teoretici da analizzare.
DOMANDA AL
PROFESSOR SANTAMBROGIO ( in occasione di un seminario dello SWIF)
Vorrei porre alcune questioni al Professor Santambrogio :
1. Non le sembra che la concezione della filosofia come tentativo di
rendere
più chiaro ciò che è oscuro possa risultare astratta e pretenziosa al
tempo
stesso ? Mi spiego : "chiaro" mi sembra un attributo che da solo non va
bene. Sarebbe meglio dire "chiaro per x" e "oscuro per y". Per cui la
filosofia potrebbe essere un'attività che relativamente ad un contesto
intersoggettivo storicamente dato, si propone di "chiarire" alcune
questioni
(si tratterebbe della classica ermeneutica più che di una più astratta
analisi del linguaggio).
2. Non le pare che per i Neopositivisti (o i pensatori ad essi
associati)
la filosofia oscilli tra la conoscenza analitica (si pensi all'idea di
logica applicata) e quella di un nonsenso però funzionale ad una certa
operazione (si pensi alla metafora della scala in Wittgenstein) ?
3. Perchè Carnap sembra considerare inizialmente la contraddizione come
nonsenso inteso però impropriamente (si veda par.3) ? In che senso per
Carnap la contraddizione si può intendere come "sensata"?
4. Non le pare (a proposito della tesi del par.6) che stabilire la
sintassi
di una parola sarebbe un’operazione azzardata ? La sintassi di una frase
è
possibile, perché la frase è già data con la sua sintassi. Ma le
occorrenze
possibili di una parola come si possono predeterminare con una sintassi
?
5. Sempre nel par. 6 Carnap dice che la (1) è una versione metalogica
della
stessa tesi. Ma se la (A) è una proposizione (mettiamo del linguaggio
oggetto) e tutte le tesi riguardano (A) perchè non sono metalogiche
anche la
(2), la (3) e la (4) ? Magari si può dire che la (1) stia ad un livello
logico diverso, ma non che sia l'unica versione metalogica.O no ?
6. Nel par. 9 Carnap dice che "...La questione circa il contenuto e la
forma
delle proposizioni primarie (protocolli), che finora non ha trovato una
risposta definitiva, possiamo lasciarla del tutto al di fuori della
nostra
analisi " e poi "..Indipendentemente dalla diversità di queste
concezioni, è
certo che una successione di parole ha un senso, solo se sono ben
stabilite
le sue relazioni di deducibilità a partire da proposizioni protocollari;
non
importa, poi, se tali protocolli siano di questa o di quella specie "
Ma, a tal proposito, se non si sa quale specie di proposizione va
considerata “protocollare”, come si fa a stabilire se una proposizione
sia
riducibile ad una proposizione protocollare ? La questione di cosa sia
protocollare non deve precedere l'eliminazione della metafisica ? Se un
metafisico dice che le sue proposizione sono riducibili a proposizioni
protocollari, il positivista che cosa gli può dire?
7. Ipotizziamo una proposizione che abbia un termine senza significato.
Carnap dice che anche la proposizione è senza significato : ma la
proposizione “Il rattizzo piove di giorno”, per quanto “rattizzo” sembri
essere un termine privo di significato, non è una proposizione priva di
senso, tanto che mi può indurre a vedere cosa si intende per “rattizzo”.
Essa è al massimo una proposizione falsa, in quanto “rattizzo” si
rivelerebbe privo di significato. Il fatto che abbia un senso è dato
anche
dal fatto che essa ha un senso diverso dalla proposizione “Il rattizzo
piove
solo di notte”. E ancora, se una comunità attribuisce significato al
termine
"rattizzo", può un neopositivista negare che quel termine abbia
effettivamente un significato ?
8. Nel par. 9 Carnap dice "...Per venire a sapere il significato di
questa
parola, gli chiederemo chiarimenti circa il criterio di applicazione:
come
si può constatare nel caso concreto, se una determinata cosa è babica o
no?
Vogliamo ora, in primo luogo, ammettere che quel tale non ci dia alcuna
risposta; a suo dire, non vi sono qualità empiriche caratterizzanti la
babicità. In questo caso, noi non considereremmo lecito l'uso di tale
parola.."
A questo proposito... se venissero elencate qualità non empiriche ? Ad
es.
dicendo che “babico” è tutto ciò che attiene all’Onnipotenza divina ? E
se
l’analisi toccasse in un regresso ad infinitum termini tipo “babico” ?
Ad
es. se si dicesse che “babico” è “ ciò che attiene alla cirinnità…” e
così
via ? Magari pragmaticamente non si potrebbe continuare il discorso, ma
nemmeno si potrebbe negare a priori al nostro interlocutore il possesso
di
un contesto di senso che possa eventualmente condividere con altri
soggetti,
nè si potrebbe mai stabilire se ad un certo punto non si finisca con una
proposizione protocollare. E come si potrebbe verificare la tesi che una
sequenza di proposizioni di questo genere non termineranno mai in una
proposizione protocollare ?
9. A proposito della tesi del controllo logico di una grammatica
naturale,
non le pare infondata la pretesa di tale controllo ? Non si capisce ad
esempio perché termini di specie lessicali differenti tra loro non si
possano predicare gli uni degli altri o non si possano predicare
entrambi di
uno stesso individuo. Cosa lo impedirebbe ? Una versione estesa della
teoria
dei tipi di Russell ? E perchè ci dovrebbe essere questa estensione ?
Non le sembra che questa tesi presuppone ingenuamente che il senso di
una
proposizione si riduca al rispetto di regole sintattiche, per cui basta
restringere meccanicamente l’ambito delle proposizioni lecite per far
sparire d’incanto i momenti in cui un individuo pensa di aver compreso
qualcosa ? In realtà si aumenterebbe solo il numero di insight non
spiegabili. Invece l’evoluzione della lingua dovrebbe consentire
l’ampliamento delle possibilità di comprensione semantica e di
comunicazione, mentre il rasoio di Occam doverebbe essere usato più a
livello intralinguistico, per differenziare diverse forme di linguaggio
e
non per distinguere ciò che è linguistico da ciò che non lo è.
10. Perchè secondo lei non è verificabile in linea di principio andare
indietro nel tempo ? Cos'è per lei "In linea di principio.."?
11. Che quello di usare “Nulla” come nome sia un errore viene
presupposto da
Carnap (ed è il presupposto implicito che fa tradurre impropriamente
“There
is nothing” come “Non c’è un x tale che ‘x sta fuori’ ” ) ma non viene
giustificato. Cosa ci impedisce di pensare che il cosiddetto linguaggio
"logico" sia limitato dal fatto di non avere una parola come "Nulla" ?
12. Non sono d'accordo con la tesi per cui "Quest'oggetto non è rotondo"
sia
protocollare, perchè a mio parere nessuna proposizione negativa può
essere
protocollare. Mi spiego : "Quest'oggetto è rotondo" può essere
protocollare; "Quest'oggetto è quadrato" è protocollare; ma
"Quest'oggetto
non è rotondo" al massimo può essere il risultato di un inferenza
derivato
da "Quest'oggetto è quadrato" e la prop. " 'Quadrato' non è 'rotondo' "
(oppure "Se un oggetto è quadrato, non è rotondo")
Chiedo scusa per la molteplicità delle domande. Magari se preferisce un
diverso metodo di lavoro (purtroppo quella divisione tra domande
chiarificatrici e argomentazioni nel merito è saltata ben prima di me)
mi
dia qualche indicazione in proposito.
Grazie anticipatamente
Italo Nobile
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