Utopia e stato d'eccezione: Il socialismo in un paese solo |
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Finché il
proletariato non si è ancora sviluppato sufficientemente per costituirsi
in classe, e di conseguenza la stessa lotta del proletariato con la
borghesia non ha ancora assunto un carattere politico, e finché le forze
produttive non si sono ancora sufficientemente
sviluppate in seno alla stessa borghesia, tanto da lasciar intravedere le
condizioni materiali necessarie all’affrancamento del proletariato ed
alla formazione di una società nuova, questi teorici non sono che
utopisti, i quali per soddisfare i bisogni delle classi oppresse,
improvvisano sistemi e rincorrono le chimere di una scienza rigeneratrice.
Ma, a misura che la storia progredisce e che con essa la lotta del
proletariato si profila più netta, essi non hanno più bisogno di cercare
la scienza nel loro spirito : devono solo rendersi conto di ciò che
si svolge davanti ai loro occhi e farsene portavoci
"
(1) "
L’importanza
del socialismo e del comunismo critico-utopistici è in ragione inversa
allo sviluppo storico. A misura che la lotta fra le classi si sviluppa e
prende forma, questo fantastico elevarsi al di sopra di essa, questo
fantastico combatterla perde ogni valore pratico, ogni giustificazione
teorica. Perciò, anche se gli autori di questi sistemi erano per molti
aspetti rivoluzionari, i loro scolari formano sempre delle sette
reazionarie." (2) Queste due
citazioni riassumono l’atteggiamento marxiano nei confronti della
dimensione utopistica
del pensiero volto alla critica
ed alla trasformazione dello stato di cose presente, dimensione utopistica
secondo cui “ ...al
posto del graduale organizzarsi del proletariato come classe deve
subentrare un’organizzazione della società escogitata di sana pianta...”
(3) Questo non
solo per smentire qualsiasi parentela tra Marx ed il pensiero utopistico
(4), Ciò risulta
plausibile se si osserva che l’inizio stesso del Manifesto è la rottura
definitiva con ogni dissimulazione letteraria di un progetto politico di
trasformazione sociale, dissimulazione che era l’essenza del genere
utopistico soprattutto nel ‘600 ed in buona parte del ‘700 : "
Uno spettro si
aggira per l’Europa......è ormai tempo che i comunisti espongano
apertamente a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro scopi, le loro
tendenze, e che alla fiaba dello spettro del comunismo contrappongano un
manifesto del partito."
(7) Chiarire i
rapporti tra pensiero marxiano e pensiero utopistico (trascurando
volutamente al nostro scopo le ulteriori riflessioni sull’utopia di
E.Bloch ed H.Marcuse,che però non hanno mai condiviso il costruttivismo
astratto proprio del pensiero utopistico classicamente inteso) è una
premessa importante per introdurre l’analisi che D.Losurdo, noto
studioso di Hegel ed acuto polemista, fa dei limiti dell’esperienza
sovietica in una sua recente raccolta di articoli (8). Questa analisi è
in controluce una polemica verso le conclusioni cui giunge la riflessione
politica della c.d. “Nuova Sinistra” nell’esaminare la medesima
esperienza storica (9). D.Losurdo
usa come categorie portanti della sua analisi proprio quelle di utopia e
stato d’eccezione :
“....tra
questi due poli si svolge la storia del socialismo reale..... lo stato
d’eccezione rilancia l’utopia e questa irrigidisce ulteriormente lo
stato d’eccezione.”
(10) E’ inutile criticare , sempre secondo
Losurdo, l’esperienza bolscevica e sovietica in nome del ritorno a Marx
, perché "
.....nell’affrontare
la questione nazionale e contadina, Stalin (e, a maggior ragione Trotzky)
è stato ben più “marxista” che “leninista” ; sul piano
teorico, il suo grave torto sta non nell’aver rinviato alle calende
greche l’estinzione dello Stato e del mercato, ma nel non aver saputo
realmente mettere in discussione questa visione utopistica della società
post-capitalistica. In tal modo non ha saputo bloccare ed ha contribuito
talvolta lui stesso a stimolare la dialettica nefasta per cui, nel corso
del socialismo reale, l’ortodossia “marxista” si trasforma in un
volontarismo che comporta una carica ossessiva ed inane di violenza. Col
loro dogmatico attaccamento ad un’utopia acritica, i sostenitori della
teoria del ritorno a Marx presentano come rimedio al crollo verificatosi
ad Est quella che ha costituito una delle sue cause decisive."
(11) Grattando
grattando, non è nel tradimento dei principi il problema, ma nel
presunto radicalismo con cui essi sarebbero stati applicati. Non è tutto :
tali elementi di utopismo che scatenavano la violenza rivoluzionaria sono
sintomi di limiti teorici interni alla stessa riflessione marxiana e
sarebbero da ricondurre al carattere esso stesso utopistico della rapida
estinzione di Stato, mercato, lavoro e Diritto a cui Marx ed Engels
accennavano ad esempio nella “ Ideologia Tedesca”. "
Ma quanto più
il conseguimento del comunismo dileguava in un futuro sempre più remoto
ed improbabile, tanto più il socialismo reale finiva con il risultare
sprovvisto di ogni possibile legittimazione......nel momento in cui
apparivano più evidenti le difficoltà interne al campo socialista, i
ritmi di sviluppo economico subivano un rallentamento e sempre più in
crisi cadeva la filosofia della storia relativa alla crisi imminente del
capitalismo, nel momento in cui si riduceva la base di consenso e con
crescente insofferenza veniva avvertito il poderoso apparato di
repressione, ancora in questo momento i dirigenti sovietici ripetevano
sempre più stancamente le loro giaculatorie relative all’avvento del
comunismo, concepito nel modo fantastico che abbiamo visto. "
(12) "
Ci si può
porre un interrogativo preliminare : in che misura l’idea di una
rapida transizione ad una società senza Stato, senza mercato, senza
religione, senza frontiere ed identità nazionali ha inceppato e deviato
un grandioso progetto di emancipazione, sovraccaricandolo al tempo stesso
di violenza nei confronti della società civile ? In che modo
l’attesa di un imminente realizzazione di una società senza più
conflitti di alcun genere ha distolto l’attenzione dalla necessità di
regolamentare giuridicamente, attraverso norme e forme generali, i
conflitti che continuavano a sussistere ?"
(13) Da buon
hegeliano, Losurdo intende attaccare il contenuto potenzialmente
anarchico(14) della
prospettiva marxiana, in quanto aspetto utopistico della stessa e perciò
causa principale dell’oscillazione
irrazionale e viziosa tra stato d’eccezione e rinvio escatologico
all’interno dell’esperienza sovietica. Della tesi
di Losurdo sicuramente è essenziale per la nostra riflessione la
consapevolezza circa l’oggettiva complessità della transizione.
Tuttavia ad essere colpita dalla sua analisi risulta più la rapidità con
cui si sarebbe dovuta realizzare la concomitante estinzione di Stato,
mercato e moneta, che non la possibilità stessa di tale estinzione,
possibilità che costituisce uno dei contenuti fondamentali del Marxismo e
la cui revisione può avere conseguenze determinanti per ogni scenario
comunista. La cosa però
che più ci preme osservare in questo contesto è che sia Losurdo che i
c.d. “sostenitori
del ritorno a Marx” trascurano il fatto, semplice ma fondamentale, che
la stessa Rivoluzione d’Ottobre (e non solo i suoi successivi esiti)
pare essere incongruente con gli scenari analitici e previsionali
marxiani(e dunque utopistica nelle sue prospettive). Questa non
è certamente una tesi nuova : l’hanno sostenuta in diversi periodi
sia Plechanov che Kautsky, sia Martov che Bauer (15). Lenin, che, con la
sua teoria dell’imperialismo, aveva esteso, integrato e completato la
teoria marxiana, sia pure con minor raffinatezza analitica, fece obiezioni
interessanti e storicamente vincenti a questa tesi astrattamente
ortodossa, giacché l’iniziale successo della rivoluzione bolscevica
arrise alla sua posizione. Tuttavia, gli stessi protagonisti
dell’Ottobre presupponevano tacitamente almeno in parte questa teoria,
altrimenti non si spiegherebbe come mai essi ritenessero l’Ottobre un
momento importante ma solo preparatorio di una rivoluzione che si sarebbe
dovuta verificare nei punti alti del conflitto di classe e, più
probabilmente, in Germania (16). Solo il fallimento della rivoluzione
spartachista fece maturare in Lenin altri scenari. Il carattere
mondiale della rivoluzione sarebbe stato dunque il quadro processuale e
strategico nel quale sarebbe stata ricompresa l’eccentricità della
“Rivoluzione contro il Capitale” (17). Da questo
quadro forse possiamo ripartire per individuare meglio di Losurdo il
momento utopistico (ed assieme violento) dell’esperienza sovietica,
attraverso una critica immanente di questa esperienza stessa. Per
“critica immanente” si intende il confronto tra gli effetti materiali
delle scelte compiute nel corso del processo rivoluzionario con la logica
che le ha permeate e quello di quest’ultima con i presupposti ideali e
teorici che ispirano la Rivoluzione stessa. E’ questo un giudizio
interno ad un contesto analitico di tipo storicista e che avviene su di un
piano di riflessione diverso da quello di una valutazione puramente etica :
infatti quest’ultima, pur utile a giustificare
il distacco che si deve operare nei confronti degli esiti materiali
di quella esperienza storica, non può che costituire un primo livello di
giudizio, sul quale non ci si può fermare se non si vuole correre il
rischio di smascherare un’utopia violenta attenendosi ad una prospettiva
anch’essa rigidamente utopistica, da “anima bella”(18).Proprio per
questo, non si deve presumere di poter distinguere in maniera netta ciò
che è vivo e ciò che è morto di un progetto di trasformazione
complessiva come quello legato alla storia sovietica.
Si deve però cercare di individuare nel corso dello svolgimento
della transizione (tentata) al socialismo, alcuni momenti che hanno
originato conflitti laceranti nel movimento rivoluzionario (dalla polemica
Lenin-Kautsky allo scontro Stalin-Bucharin)
e decisioni foriere di una serie di conseguenze , i cui esiti
catastrofici(es. il crollo dell’URSS) costituiscono la situazione data
da cui trae spunto la nostra analisi.. Da questo punto di vista si può
parlare di percorsi sbagliati intrapresi
nel corso del processo rivoluzionario, senza per questo
astrattamente pretendere di aver individuato la scelta giusta tra il
ventaglio di alternative possibili. Si può dire invece che il processo
rivoluzionario è, per sua natura, aperto e presenta nodi e punti di
svolta dove è possibile dare risposte differenziate : se è così,
allora è necessario, quale che sia la scelta concretamente effettuata nel
corso della vicenda rivoluzionaria, che si promuova una cultura politica
tale da attivare molteplici risposte. All’ interno di queste alternative
bisogna favorire inoltre quelle scelte che consentano progressivamente di
mantenere quanto più ampio è possibile il ventaglio di opzioni future a
disposizione di un soggetto rivoluzionario. Da questa
prospettiva anti-utopistica la scelta del socialismo in un solo paese ha
ridotto di molto le possibilità successive dell’esperienza sovietica,
senza voler entrare con ciò nel merito dell’alternativa trotzkiana
della “rivoluzione permanente”, giacché questo implicherebbe una
prospezione storica corroborata da una serie di dati e di strumenti
teorici molto più abbondanti di quanto abbiamo in questo momento. La
transizione, con il socialismo in un paese solo, è stata sostanzialmente
condizionata distorta ed
infine soppressa da una logica di funzionamento e di sviluppo (sia a
livello interno che a livello internazionale) propria degli Stati-nazione.
Tale logica, messa in atto dal socialismo-in-un-paese-solo, ha forse
rallentato il compimento delle contraddizioni che avrebbero forse portato
alla vittoria della rivoluzione anche in un’ ottica di medio periodo. Sarebbe
opportuno vedere, a questo punto, in che senso questa logica da
Stato-nazione abbia contribuito a compromettere il compimento della
transizione al socialismo e la continuazione del processo rivoluzionario : 1) In
primo luogo non c’era una sufficiente riflessione teorica sulla
possibilità di consolidamento del socialismo in un solo paese che facesse
da retroterra ideologico ai tentativi di gestione rivoluzionaria che si
sarebbero in seguito approntati. Gli accenni marxiani ad un’economia
socialista (per forza di cose schematici e privi di concretezza) non
prevedevano tutti i problemi inerenti alla sopravvivenza di un processo
rivoluzionario in presenza di un contesto politico ed economico non
omogeneo. D’altronde, la scelta a quel punto compiuta di far conseguire
la riflessione teorica alla prassi effettiva della gestione
rivoluzionaria, pur se più affascinante a parole, avrebbe avuto come
effetti costi sociali ed umani (a seguito di inevitabili “errori”
dovuti al deficit teorico di cui prima) tali da metter a più riprese in
crisi di consenso e di legittimità politica ed ideologica la gestione
rivoluzionaria stessa. Da qui l’oscillazione tra utopia e stato
d’eccezione denunciata forse con argomenti più generici da D.Losurdo. 2) La
scelta che Stalin porterà a termine (19) coinvolgerà la rivoluzione in
un sistema di rapporti inter-statuali di cui la guerra sarà, in questo
periodo storico, la cifra fondamentale e l’esito quasi scontato :
in questa dinamica l’anomalia dell’Ottobre sarà spesso individuata
come l’avversario principale nonostante il progressivo insorgere dei
regimi fascisti in Europa ; prima conseguenza di ciò sarà il c.d.
“accerchiamento” ed una quasi cronica situazione di embargo in primo
luogo tecnologico che renderà la storia dell’URSS la storia di un
semi-isolamento. Da questo che è stato detto però non si deve dedurre la
giustezza dell’argomento secondo cui le disavventure del socialismo
reale siano da imputarsi al nemico di classe : anzi, il ragionamento
deve essere rovesciato come un guanto, affinché dalla propaganda
consolatoria si passi alla riflessione rigorosa. Infatti, una diseconomia
esterna così determinante è una semplice conseguenza del
socialismo-in-un-paese-solo e dunque va analizzata come fattore endogeno e
non esogeno di crisi ; parlare di “consolidamento” del socialismo
in un contesto internazionale che è continuamente fonte di turbative
appare essere una involontaria forma di autoironia : tale
consolidamento avrebbe dovuto implicare un influenza irrilevante di
economie e diseconomie esterne ed è perciò fuorviante demonizzare il
ruolo del nemico di classe che fa semplicemente ciò che deve fare,
essendo dal punto di vista funzionale l’altra faccia del ripiegare in sé
della rivoluzione. Questo ripiegamento che è il socialismo in un solo
paese costituisce perciò la negazione dell’ambito mondiale della
rivoluzione, la dimensione negativamente utopistica dell’esperienza
sovietica : l’isolamento prima subito e poi voluto, che tanto
caratterizza le società utopiche (20) prepara l’oscillazione verso una
stato d’eccezione perpetuo in cui lo spazio della rivoluzione diventerà
l’arena in cui la stessa rivoluzione verrà cannibalizzata. 3) Il
socialismo in un solo paese, nel ricondurre lo sviluppo della rivoluzione
a logiche preesistenti ed ideologicamente reazionarie, confermerà ed
accentuerà una linea di tendenza verso la progressiva identificazione
geopolitica dello Stato operaio con la potenza imperiale rovesciata dalla
stessa rivoluzione : le istanze di autodeterminazione promosse in un
primo tempo dallo stesso Lenin, anche all’interno dello stato zarista,
vengono di volta in volta rimosse e
soppresse ; si introiettano nella nascente URSS una serie di
questioni etniche e nazionalistiche che saranno alla fine una delle cause
efficienti del crollo dell’intero sistema del socialismo reale e dello
scioglimento del PCUS. Dal punto di vista della politica internazionale,
le parole d’ordine dell’Internazionalismo e dell’appoggio alla
diffusione mondiale della rivoluzione finiscono con il diventare coperture
ideologiche di una politica imperiale interna alla logica dei rapporti
interstatuali. Si cercherà di esportare la Rivoluzione come fosse una
merce ed alla fine a circolare nel mondo rimarranno le armi. A conti fatti però, al termine di questa analisi, quale altra strada può tentare una prassi che intenda trasformare insieme uomo e società ? Due tracce :
la prima è quella di non dimenticare mai la dimensione internazionale
dell’azione rivoluzionaria, la natura mondiale dello scenario (in questo
ad es. le analisi di Wallerstein ed Arrighi sul sistema-mondo ci possono
dare una mano) (21). La seconda è ricostituire un linguaggio che tenga
insieme orizzonte ideale e concretezza strategica, linguaggio che da Marx
in poi forse non si è mai più visto né sentito.
NOTE 1)
K.Marx-
Miseria della filosofia -Roma, Ed.riuniti, 1986, p.82. 2)
Il
Manifesto del Partito comunista ed i suoi interpreti (a cura di G.M.Bravo),
Roma, Ed.riuniti, 1973, p.59. 3)
Ibidem,
p.58. 4)
K.R.Popper-
La società aperta ed i suoi nemici- Roma, Armando, 1974. A questo testo
si aggiunge tutta una sterminata letteratura di riferimento. 5)
E.Zamjatin-
Noi - Milano, Feltrinelli, 1963
A.Huxley- Il
mondo nuovo- Milano, Mondadori, 1971
G.Orwell- 1984-
Milano, Mondadori, 1984 6)M.Baldini-
La storia delle utopie - Roma, Armando, 1994, pp.62-63 e pp.86-87 7) Il
Manifesto del Partito Comunista ed i suoi interpreti- op.cit. p.29 8) D.Losurdo-
Utopia e stato d’eccezione - Napoli, Ed.Laboratorio Politico,1996 9)
Ibidem
p.7 e pp.22-27 10)
Ibidem,
pp.5-6 11)
Ibidem,
p.119 12)
Ibidem,
p.77 13)
Ibidem,
p.34 14)
Ibidem.
p.5 15) Per
un approfondimento, AAVV.- Storia del Marxismo - Torino, Einaudi, 1980,
vol. III, parte I, pp.5-85 16) W.H.Chamberlin-
Storia della Rivoluzione Russa, Torino, Einaudi, 1966, pp.386-389. 17) A.Gramsci-
Scritti giovanili 1914-1918, Torino, Einaudi, 1958, p.150 18) D.Losurdo-
op.cit. pp.16-34 19) Per
un approfondimento del dibattito interno al gruppo dirigente sovietico,
AAVV-La rivoluzione permanente ed il socialismo in un paese solo - Roma,
Ed.riuniti, 1973 20) R.Dahrendorf
- Uscire dall’utopia - Bologna, Il Mulino, 1971 21) I.Wallerstein
- Il capitalismo storico - Torino, Einaudi, 1985
G.Arrighi,
T.H.Hopkins, I.Wallerstein - Antisystemic movements - Roma, Manifestolibri,
1992. |